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  • Fabbriche di Storie

    Un progetto di mediazione culturale alle Gallerie degli Uffizi

    Fabbriche di Storie
  • 1/24
    Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi

    In viaggio, seguendo una stella. Per arrivare a incontrare il Bambino, qui, in primo piano.

    Ma questa è solo la fine di una storia che parte da un Oriente lontano: nove mesi di viaggio, ci dicono i Vangeli apocrifi.

    Nelle tre lunette della cornice del dipinto, possiamo seguire il corteo dei Magi.

    In alto a sinistra, i tre saggi, vestiti d’oro, contemplano la stella dalla cima di un monte a picco sul mare.

    Mi chiedo: è possibile che, nonostante le vesti preziose, anche loro abbiano provato lo smarrimento, l’incertezza del viaggio? Che, nonostante lo sfarzoso corteo, si siano sentiti soli? Che, una volta giunti a destinazione, abbiano sentito nostalgia di casa?

    L’aria del mare mi ha accompagnata nel mio viaggio. Sono partita da Alessandria d’Egitto per arrivare in un piccolo paese sulla costa ligure. Avevo 25 anni.

    Quando sono arrivata in Italia, tutto era nuovo: la lingua, la cultura, le tradizioni. Alla nostalgia del paese dove sono nata è subentrata la nostalgia della persona che ero quando vivevo lì, con la mia vita e i miei affetti.

    Eccoli, nella lunetta centrale, i Magi che attraversano un idilliaco paesaggio campestre per entrare a Gerusalemme. I terreni sono coltivati, gli alberi fioriti dipinti con minuzia. Sento il profumo della mia terra, l’abbraccio dell’aria tiepida.

    Il viaggio dei tre saggi si è trasformato in una esotica battuta di caccia, con i ghepardi seduti in groppa ai cavalli. Incontrato Erode nel suo palazzo, i Magi gli chiederanno:

    «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».

    Erode si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».

    In alto a destra, finalmente, i Magi entrano a Betlemme, per poi discendere fino al luogo in cui si trovano il Bambino, Maria e il suo sposo.

    La stella, così vicina da poterla toccare, risplende ora sopra la testa di Giuseppe.

    I tre saggi giunti dall’Oriente sono rappresentati come le tre età dell’uomo. In fasi diverse della loro vita, sono stati tutti capaci di mettersi in gioco.

    La tradizione vuole che i Magi siano astrologi e sapienti. Il viaggio è per loro fonte di conoscenza e di rinnovamento, come lo è stato per me. Comprendere la società, la lingua e la cultura italiane è diventato un’urgenza.

    Attraverso la parola, sono diventata una persona più completa, più libera: questo ha significato per me la padronanza di una nuova lingua.

    Quando sono diventata cittadina italiana, ho incominciato a viaggiare per l’Europa con i miei figli. Viaggi così diversi da quello che mi ha portato qui in Italia tanti anni fa. Oggi non ho più paura. Ogni viaggio significa per me acquisire nuove ricchezze, incontrare nuove persone.

    Anche Gentile da Fabriano, l’artista che ha dipinto questa tavola così preziosa, ha viaggiato. A differenza di altri pittori del suo tempo, che preferivano metter su bottega, è stato un artista itinerante, fin da giovane. Si sposta continuamente tra le Marche, la Lombardia e Venezia. Poi, finalmente, arriva a Firenze. Qui incontra un modo nuovo di fare arte, al quale si apre con mente libera e curiosa, pur rimanendo fedele al mondo da cui proviene, quello della pittura tardo-gotica. Così, ad esempio, si diverte a giocare con l’illusione di profondità, data dai cavalli in primo piano, ma al tempo stesso mantiene tanti punti di vista quanti sono gli episodi narrati nel dipinto, per fare sfoggio del suo esuberante gusto decorativo e descrittivo.

    Aprirsi al nuovo pur restando se stessi e mantenendo vivo il legame con la propria origine, è quello che abbiamo fatto io e i miei tre figli. Loro, crescendo, hanno sentito la libertà di questo Paese, ma hanno sentito anche la solidità delle loro radici.

    Questa capacità di aprirsi al nuovo pur mantenendo saldo il senso dell’origine è stato il frutto del mio stare con loro. Un grande lavoro fatto di piccole cose.

    Al mattino, nella nostra casa, ci si sveglia all’alba, e ognuno prega nel silenzio.

    Nel Corano c’è un versetto che recita: “WA KOL RABI ZEDNI ELMA”, “Dio, Signore, accrescimi nella scienza”.

    Nei primi tempi in Italia, la preghiera non era sufficiente a calmare le mie angosce, a dare sollievo alla mia solitudine. La conoscenza mi ha portata a una preghiera più matura, più consapevole.

    Ed è parlando della preghiera che mi accorgo come nel dipinto ci sia una grande unità data dalla prevalenza dell’oro. L’inserimento di parti a rilievo conferisce tridimensionalità alla scena, così come l’utilizzo della foglia d’oro è importante per rendere realisticamente la ricchezza delle stoffe: Gentile da Fabriano presta una particolare attenzione al gusto e alla moda dell’epoca, probabilmente per richiesta dello stesso Palla Strozzi, il ricco banchiere fiorentino, ma anche il colto uomo di lettere che ha commissionato questa tavola e si è fatto ritrarre proprio alle spalle del Magio più giovane.

    A un livello più simbolico, però, l’oro rimanda alla luce divina e definisce uno spazio sacro. La presenza di Dio porta armonia anche là dove c’è diversità.

    La ricchezza vera non risiede nel valore materiale dell’oro, ma nella fede, nella conoscenza e nel viaggio.

    «I Magi, avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese».

    I Magi tornano a casa “per un’altra strada”, perché la loro vita è cambiata.

    Anche la mia vita è cambiata, e oggi mi stupisco a trovare, al centro della predella in basso, questi piccoli personaggi in fuga, verso la salvezza, verso la mia terra, l’Egitto.

     

    La narrazione è di Zeinab Kabil

    La voce è di Laura Curino

     

     

     

     

    Adorazione dei Magi
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
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    Gentile da Fabriano, Adorazione dei Magi

    I tre saggi giunti dall’Oriente sono rappresentati come le tre età dell’uomo. In fasi diverse della loro vita, sono stati tutti capaci di mettersi in gioco.

    La tradizione vuole che i Magi siano astrologi e sapienti. Il viaggio è per loro fonte di conoscenza e di rinnovamento, come lo è stato per me. Comprendere la società, la lingua e la cultura italiane è diventato un’urgenza.

    Attraverso la parola, sono diventata una persona più completa, più libera: questo ha significato per me la padronanza di una nuova lingua.

    Quando sono diventata cittadina italiana, ho incominciato a viaggiare per l’Europa con i miei figli. Viaggi così diversi da quello che mi ha portato qui in Italia tanti anni fa. Oggi non ho più paura. Ogni viaggio significa per me acquisire nuove ricchezze, incontrare nuove persone.

    Anche Gentile da Fabriano, l’artista che ha dipinto questa tavola così preziosa, ha viaggiato. A differenza di altri pittori del suo tempo, che preferivano metter su bottega, è stato un artista itinerante, fin da giovane. Si sposta continuamente tra le Marche, la Lombardia e Venezia. Poi, finalmente, arriva a Firenze. Qui incontra un modo nuovo di fare arte, al quale si apre con mente libera e curiosa, pur rimanendo fedele al mondo da cui proviene, quello della pittura tardo-gotica. Così, ad esempio, si diverte a giocare con l’illusione di profondità, data dai cavalli in primo piano, ma al tempo stesso mantiene tanti punti di vista quanti sono gli episodi narrati nel dipinto, per fare sfoggio del suo esuberante gusto decorativo e descrittivo.

    Aprirsi al nuovo pur restando se stessi e mantenendo vivo il legame con la propria origine, è quello che abbiamo fatto io e i miei tre figli. Loro, crescendo, hanno sentito la libertà di questo Paese, ma hanno sentito anche la solidità delle loro radici.

    Questa capacità di aprirsi al nuovo pur mantenendo saldo il senso dell’origine è stato il frutto del mio stare con loro. Un grande lavoro fatto di piccole cose.

    Al mattino, nella nostra casa, ci si sveglia all’alba, e ognuno prega nel silenzio.

    Nel Corano c’è un versetto che recita: “WA KOL RABI ZEDNI ELMA”, “Dio, Signore, accrescimi nella scienza”.

    Nei primi tempi in Italia, la preghiera non era sufficiente a calmare le mie angosce, a dare sollievo alla mia solitudine. La conoscenza mi ha portata a una preghiera più matura, più consapevole.

    Ed è parlando della preghiera che mi accorgo come nel dipinto ci sia una grande unità data dalla prevalenza dell’oro. L’inserimento di parti a rilievo conferisce tridimensionalità alla scena, così come l’utilizzo della foglia d’oro è importante per rendere realisticamente la ricchezza delle stoffe: Gentile da Fabriano presta una particolare attenzione al gusto e alla moda dell’epoca, probabilmente per richiesta dello stesso Palla Strozzi, il ricco banchiere fiorentino, ma anche il colto uomo di lettere che ha commissionato questa tavola e si è fatto ritrarre proprio alle spalle del Magio più giovane.

    A un livello più simbolico, però, l’oro rimanda alla luce divina e definisce uno spazio sacro. La presenza di Dio porta armonia anche là dove c’è diversità.

    La ricchezza vera non risiede nel valore materiale dell’oro, ma nella fede, nella conoscenza e nel viaggio.

    «I Magi, avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese».

    I Magi tornano a casa “per un’altra strada”, perché la loro vita è cambiata.

    Anche la mia vita è cambiata, e oggi mi stupisco a trovare, al centro della predella in basso, questi piccoli personaggi in fuga, verso la salvezza, verso la mia terra, l’Egitto.

     

    La narrazione è di Zeinab Kabil

    La voce by Laura Curino

    Adorazione dei Magi
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
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    Beato Angelico (attr.), Tebaide

    In questo dipinto, nessuno è solo.

    Ecco che cosa mi ha affascinato subito avvicinandomi alla Tebaide: un brulicare di vita in quello che dovrebbe essere il deserto vicino a Tebe, in Egitto.

    Posso sentire le voci dei tanti personaggi che lo percorrono e lo abitano; posso sentire il vento che soffia sul fiume increspandone la superficie, e tra gli alberi scompigliandone le chiome.

    È un paesaggio idealizzato, ma descritto nei minimi dettagli.

    Un luogo dove la natura è amica dell’uomo, e l’uomo amico della natura.

    Solo le montagne in lontananza hanno un aspetto brullo e desolato.

    Dovrebbe essere un deserto, eppure è un giardino; dovrebbe essere un luogo di solitudine, eppure pullula di relazioni. Come scriveva Atanasio, vescovo di Alessandria, il deserto era diventato “una città”.

    Mashhad è il nome di una città santa nel nord-est dell’Iran. È qui che, nell’817 d.C., morì Reza, l’ottavo imam degli sciiti, per il quale fu edificato un imponente mausoleo.  Da allora, quello che era un piccolo villaggio si è trasformato non solo in una grande città, ma nella meta di pellegrinaggio più importante del mio paese. Ogni anno, nelle sue strade riecheggiano i passi di 25 milioni di sciiti iraniani e stranieri. Per questo, intorno al mausoleo è cresciuto un santuario che è una vera e propria città nella città.

    Il cuore del santuario è sempre molto affollato, anche a notte fonda. I pellegrini cercano di toccare il recinto sacro con la mano, se non è possibile almeno con un dito, ed è sufficiente... In quel luogo capita di ascoltare tante vicende umane. Nascono relazioni anche tra sconosciuti. Poi, quando la gente prega, scende il silenzio personale.

    Il paesaggio della Tebaide, a tratti inospitale, è reso vivo dalle relazioni che lo abitano: un luogo non solo di isolamento, ma di condivisione e di scambio.

    Penso che in fondo questo dipinto rispecchi i due poli della vita, non solo religiosa: c’è uno spazio per il silenzio, e uno per le relazioni. Sta a noi trovare un equilibrio.

    Il disordine della scena davanti ai nostri occhi è solo apparente: a un primo sguardo, l’assenza di un centro ci lascia disorientati, ma ogni scena ha un suo preciso significato simbolico. Gli episodi ritratti si rifacevano più o meno direttamente a fonti letterarie, prima fra tutte una raccolta di testi agiografici detti Vite dei Padri del deserto, che incominciarono ad arrivare in Italia già prima del Quattrocento e vennero via via tradotti dal greco in latino e in volgare.

    La fortuna delle Tebaidi, affreschi o dipinti su tavola che rappresentavano le vicende di uomini (e donne) famosi per la loro spiritualità o virtù, fu decretata dalla crescente diffusione in Italia delle Vite dei Padri, che a sua volta era strettamente collegata alla nascita degli ordini cosiddetti predicatori: i francescani e i domenicani. Questa fortuna, tuttavia, fu particolarmente effimera: le Tebaidi oggi a noi note, una decina in tutto inclusa quella degli Uffizi, sono state realizzate per lo più a Firenze nel giro di soli cinquant’anni, a partire dai primi decenni del Quattrocento. Poi, scomparvero improvvisamente, così come erano improvvisamente apparse.

    Ma questo è solo l’inizio della loro storia e del loro viaggio attraverso il tempo: le Tebaidi, più spesso dipinte su tavola che su affresco, sono state sradicate dal loro contesto di appartenenza, in alcuni casi tagliate e smembrate.

    Anche io e i miei amici siamo stati divisi. Eravamo in sette, ci siamo conosciuti al primo anno di liceo. Andavamo in montagna insieme. D’inverno era bellissimo, non si sapeva quanto la neve fosse profonda, e così andavamo in fila indiana, e chi era davanti lasciava le impronte che gli altri seguivano. Quando si sprofondava, le nostre risate risuonavano nella montagna. Poi si riscaldava il cibo su piccoli fornelli. Fuori dal rifugio, al tramonto, stavamo in cerchio, mangiavamo e ridevamo, si godeva sia della natura che dello stare insieme.

    Con l’avvento della Rivoluzione, e poi con la guerra con l’Iraq, siamo tutti partiti o fuggiti. Tutti tranne uno. Per anni ci siamo persi di vista. Poi, quando ognuno di noi si è sistemato, siamo riusciti a riprendere i contatti.

    Da sette anni, ogni anno, ci diamo appuntamento. Tutti tranne uno, Ali Reza, l’amico che è rimasto in Iran. È bello ritrovarsi, come parti smembrate di un dipinto e ora ricomposte.

    Sulla riva del fiume, un monaco ne accoglie un altro appena arrivato in barca. O è lui che sta salendo a bordo, per ripartire insieme?

    L’acqua è uno dei protagonisti della Tebaide. Le sorgenti, il grande fiume e, sulla sinistra in primissimo piano, uno stretto che probabilmente conduce al mare. È l’acqua a trasformare il deserto in un’oasi. È l’acqua a renderlo un luogo dove si può abitare.

    Nel santuario di Mashhad, nove grandi cortili porticati sono stati costruiti per accogliere i pellegrini; in molti di essi zampilla una bella fontana, con i rubinetti per permettere ai fedeli di purificarsi prima della preghiera, e non mancano enormi contenitori di acqua fresca per dissetarsi in estate.

    Ovunque si sente il profumo inebriante dell’acqua di rose.

    Le Tebaidi su affresco erano visibili a molti, e avevano una finalità narrativa, didascalica. Quelle su tavola, visibili a pochi, erano un supporto per la meditazione, in quanto immagini “utili all’anima” la cui contemplazione conduceva a Dio. Probabilmente si trovavano nella sala capitolare, luogo identitario per la comunità monastica. Era in questo spazio che la sera, dopo la cena nel refettorio, un passo delle Vite dei Padri era letto ad alta voce da un confratello, per essere poi visualizzato da ogni monaco nel silenzio della propria cella e accompagnare la meditazione notturna.

    Mi piace pensare che quei monaci vivessero qualcosa di simile alle sensazioni che provo quando sono in digiuno nel mese di Ramadan. È una purificazione che allena il cervello e il cuore. Come vaccinarsi per rafforzare il sistema immunitario. Come raggiungere un livello di concentrazione che sospende la fame e la sete.

    Da bambino andavo in moschea, il papà mi portava e si pregava con gli altri. Mi piaceva che ci fosse tanta gente; dopo la preghiera, si parlava, si stava insieme. Poi, la predicazione è diventata troppo intollerante. Non amo chi crede di possedere la verità e non accetta gli altri nella loro diversità. Da tanti anni ormai prego da solo.

    Nella Tebaide, i monaci hanno ognuno la sua cella, la sua grotta, il suo eremo, ma convivono nella preghiera.

    Le relazioni tra monaci sono piene di gesti di cura. Nessuno comanda. Nessuno si sente migliore degli altri.

     

    La narrazione è di Mohammad Aletaha

    La voce è di Marco Paolini

     

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    Beato Angelico (attr.), Tebaide

    Sulla riva del fiume, un monaco ne accoglie un altro appena arrivato in barca. O è lui che sta salendo a bordo, per ripartire insieme?

    L’acqua è uno dei protagonisti della Tebaide. Le sorgenti, il grande fiume e, sulla sinistra in primissimo piano, uno stretto che probabilmente conduce al mare. È l’acqua a trasformare il deserto in un’oasi. È l’acqua a renderlo un luogo dove si può abitare.

    Nel santuario di Mashhad, nove grandi cortili porticati sono stati costruiti per accogliere i pellegrini; in molti di essi zampilla una bella fontana, con i rubinetti per permettere ai fedeli di purificarsi prima della preghiera, e non mancano enormi contenitori di acqua fresca per dissetarsi in estate.

    Ovunque si sente il profumo inebriante dell’acqua di rose.

    Le Tebaidi su affresco erano visibili a molti, e avevano una finalità narrativa, didascalica. Quelle su tavola, visibili a pochi, erano un supporto per la meditazione, in quanto immagini “utili all’anima” la cui contemplazione conduceva a Dio. Probabilmente si trovavano nella sala capitolare, luogo identitario per la comunità monastica. Era in questo spazio che la sera, dopo la cena nel refettorio, un passo delle Vite dei Padri era letto ad alta voce da un confratello, per essere poi visualizzato da ogni monaco nel silenzio della propria cella e accompagnare la meditazione notturna.

    Mi piace pensare che quei monaci vivessero qualcosa di simile alle sensazioni che provo quando sono in digiuno nel mese di Ramadan. È una purificazione che allena il cervello e il cuore. Come vaccinarsi per rafforzare il sistema immunitario. Come raggiungere un livello di concentrazione che sospende la fame e la sete.

    Da bambino andavo in moschea, il papà mi portava e si pregava con gli altri. Mi piaceva che ci fosse tanta gente; dopo la preghiera, si parlava, si stava insieme. Poi, la predicazione è diventata troppo intollerante. Non amo chi crede di possedere la verità e non accetta gli altri nella loro diversità. Da tanti anni ormai prego da solo.

    Nella Tebaide, i monaci hanno ognuno la sua cella, la sua grotta, il suo eremo, ma convivono nella preghiera.

    Le relazioni tra monaci sono piene di gesti di cura. Nessuno comanda. Nessuno si sente migliore degli altri.

     

    La narrazione è di Mohammad Aletaha

    La voce è di Marco Paolini

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    Masaccio e Masolino, Sant’Anna Metterza

    Una mano sulla spalla dà conforto, anche se piccola, sottile e apparentemente fragile.

    Qui, davanti a questa visione celeste, il mio sguardo è spinto dal basso verso l’alto e viceversa, questa duplice maternità è racchiusa tutta in questa linea verticale che segna un passaggio generazionale: affetto, protezione, solidarietà, fiducia, coraggio, dall’una all’altra fino al piccolo sulle ginocchia della madre, ma non è una trasmissione fatta di parole, quanto di gesti e di presenza, è un legame forte ma gentile.

    Adesso in questa stanza c’è una madre che tiene il figlio sulle ginocchia, ed un’altra che protegge e guida. Uno sguardo che segue con affetto e che conosco. Sono madre di due bambine, ma prima di tutto sono stata figlia. Tra me e la mia mamma, gli stessi piccoli gesti quotidiani di cura che sono stati molto di più, hanno detto altro. Lei dietro di me che mi parlava mentre mi pettinava i capelli, ed io ascoltavo le sue parole che si ripetevano, spesso uguali: raccomandazioni, piccole e profonde riflessioni sulle cose, mentre il mio sguardo era assorto nei pensieri, ed io proiettata già altrove nelle cose della giornata, nelle preoccupazioni del momento.

    Gli angeli si muovono attorno a quest’apparizione, reggono il drappo d’onore, agitano il turibolo, guidano lo sguardo verso loro tre al centro, l’un l’altro uniti dalla vita.

    L’abito di Maria sottolinea delicatamente il suo corpo, che sembra ancora segnato dalla gravidanza.

    Sant’Anna nella tradizione popolare è la protettrice delle puerpere. La sua è una presenza sicura dietro a Maria. La mano sinistra è sospesa a mezz’aria, si allunga nello spazio vuoto sopra il Bambino e sembra voler circoscrivere uno spazio di protezione ben visibile ai suoi occhi.

    Sono in una stanza grigia, è giorno, ma la luce è tutta artificiale. Mi sento sola e vorrei una mano a cui aggrapparmi per trovare il coraggio, per affrontare questo momento che cambierà per sempre la mia vita. Nella mia mente risuonano ancora le parole di qualcuno che mi suggeriva come la mano che cercavo fosse la tua, Emma.

    C’è stato tanto dolore, ma la tua manina ci ha portato fuori, alla luce vera, entrambe.

    Come la piccola mano di Gesù appoggia dolcemente sul braccio della mamma, quasi una lieve carezza per sentire il suo corpo e accompagnarla nel suo abbraccio.

    La Sant’Anna raffigurata alle spalle di Maria, che sembra sorreggere tutta la famiglia, veniva anche detta “metterza”, cioè messa in terza posizione rispetto alle figure della Madonna e del Bambino. Fu commissionata dai Bonamici, tessitori in Firenze, per la loro cappella in Sant’Ambrogio.

    La tavola fu dipinta da due maestri della pittura fiorentina del primo Quattrocento: Masolino e Masaccio, due artisti con temperamenti differenti, che in quest’opera trovano uno straordinario equilibrio.

    Una collaborazione così serrata in una pala d’altare non è un’eccezione nel mondo della bottega dell’arte, dove più persone lavoravano fianco a fianco per realizzare le commissioni sotto l’attenta guida del maestro.

    Una mano sulla spalla significa collaborazione, interazione. Le vicende umane e artistiche di Masaccio e Masolino si intrecciano nel rispetto delle differenze. Forse il più giovane si è affidato al più anziano, e chissà se Masolino abbia effettivamente esteso la sua protezione verso di lui.

    Ma il futuro è nelle mani di Masaccio, così come quello di Maria è tra le sue, nel bambino che tiene sulle ginocchia, piccolo ma già potente.

    La maternità è un viaggio ricco di emozioni e di sentimenti forti e contrapposti. Non ti aspetteresti che proprio quell’essere così piccolo e indifeso nasconda dentro la forza che ti può guidare in questa nuova esperienza, come se racchiudesse al suo interno tutto il sapere della vita che si rinnova ogni volta.

    Ti ho vista per la prima volta da una porta lasciata aperta. Prima eri solo un’immagine, fogli di carta: ne abbiamo compilati tanti, prima di concludere l’iter della tua adozione.

    Sei entrata nella stanza dove ti aspettavamo io e il babbo; ti sei fermata, impaurita. L’emozione mi ha attraversata in tutto il corpo. Non sapevo se potevo toccarti. Poi ti ho asciugato le lacrime, ho preso le tue manine e ti ho sussurrato un canto nella tua lingua; un canto che avevo preparato per il nostro incontro. Mi hai guardato, ti ho preso in collo, le mie mani finalmente ti stringevano In quel momento le nostre vite si sono intrecciate e siamo diventati famiglia, Sofia Zhiqun.

     

    La narrazione è di Silvia Barlacchi

    La voce è  di Paola Roscioli

    Sant'Anna, la Madonna col Bambino e cinque angeli ("Sant'Anna Metterza")
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
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    Masaccio e Masolino, Sant’Anna Metterza

    La tavola fu dipinta da due maestri della pittura fiorentina del primo Quattrocento: Masolino e Masaccio, due artisti con temperamenti differenti, che in quest’opera trovano uno straordinario equilibrio.

    Una collaborazione così serrata in una pala d’altare non è un’eccezione nel mondo della bottega dell’arte, dove più persone lavoravano fianco a fianco per realizzare le commissioni sotto l’attenta guida del maestro.

    Una mano sulla spalla significa collaborazione, interazione. Le vicende umane e artistiche di Masaccio e Masolino si intrecciano nel rispetto delle differenze. Forse il più giovane si è affidato al più anziano, e chissà se Masolino abbia effettivamente esteso la sua protezione verso di lui.

    Ma il futuro è nelle mani di Masaccio, così come quello di Maria è tra le sue, nel bambino che tiene sulle ginocchia, piccolo ma già potente.

    La maternità è un viaggio ricco di emozioni e di sentimenti forti e contrapposti. Non ti aspetteresti che proprio quell’essere così piccolo e indifeso nasconda dentro la forza che ti può guidare in questa nuova esperienza, come se racchiudesse al suo interno tutto il sapere della vita che si rinnova ogni volta.

    Ti ho vista per la prima volta da una porta lasciata aperta. Prima eri solo un’immagine, fogli di carta: ne abbiamo compilati tanti, prima di concludere l’iter della tua adozione.

    Sei entrata nella stanza dove ti aspettavamo io e il babbo; ti sei fermata, impaurita. L’emozione mi ha attraversata in tutto il corpo. Non sapevo se potevo toccarti. Poi ti ho asciugato le lacrime, ho preso le tue manine e ti ho sussurrato un canto nella tua lingua; un canto che avevo preparato per il nostro incontro. Mi hai guardato, ti ho preso in collo, le mie mani finalmente ti stringevano In quel momento le nostre vite si sono intrecciate e siamo diventati famiglia, Sofia Zhiqun.

     

    La narrazione è di Silvia Barlacchi

    La voce è  di Paola Roscioli

    Sant'Anna, la Madonna col Bambino e cinque angeli ("Sant'Anna Metterza")
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
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    Sandro Botticelli, Annunciazione (affresco staccato)

    Questo affresco è stato dipinto per la chiesa di San Martino presso lo Spedale di Santa Maria della Scala a Firenze, un luogo in cui venivano accolti i bambini abbandonati. Subito penso: ecco perché nell’opera Maria ha un vuoto tra le braccia e un’espressione che a me sembra accigliata. Non credo che in questo mondo esista una madre che vuole davvero lasciare il suo bimbo. Sicuramente c’è una causa inenarrabile.

    Dal 1478 al 1479 Firenze fu colpita da una terribile pestilenza, e molte delle vittime dell’epidemia trovarono sepoltura nel monastero annesso alla chiesa.

    Nel 1481, Botticelli fu pagato per la realizzazione di un’Annunciazione, probabilmente un ex-voto a Maria per la fine della peste. La natura sullo sfondo, così tranquilla, bella, senza malanno, poteva dare conforto alle persone. L’angelo poteva portare loro una buona notizia.

    Non credo sia casuale che fosse proprio l’angelo a rappresentare il punto di vista da cui guardare tutta la scena. L’affresco si trovava nella loggia davanti all’ingresso della chiesa, proprio al di sopra della porta, e la visione dell’angelo era centrale per chi entrava.

    È stata l’Annunciazione, e non la Primavera, a colpirmi quando sono entrata in questa sala. I suoi colori così leggeri e trasparenti mi trasmettono una sensazione di quiete; lo spazio, così aperto, mi fa respirare.

    La casa di Maria si affaccia su questo spazio. È una casa molto ricca, da famiglia benestante. Nella penombra della stanza c’è un letto molto pulito e aggiustato, troppo, io non ci vorrei dormire su questo letto; mi piace invece tanto lo spazio tra Maria e l’angelo, il colore e le forme geometriche dei marmi, l’aria che circola attraverso gli archi.

    La luce naturale filtra dal giardino recintato, e oltre, un paesaggio.

    Il paesaggio mi ricorda la mia città, Guizhou, in una provincia coperta per metà da foreste. Quest’opera veramente mi fa sentire nostalgia del mio paese.

    In Cina abitavo con la mia famiglia in un grattacielo. L’appartamento era grande, ma dalle nostre finestre si vedevano solo le finestre del grattacielo di fronte. È brutto non avere una vista aperta.

    Se avessi una casa come questa, con un ambiente aperto e privato, sarebbe perfetto.

    Ma se abitassi da sola, in uno spazio così grande, non sarei felice. Così come mio padre e mia madre, da quando sono partita, sentono la casa silenziosa.

    A Firenze il mio compagno ed io viviamo in una casa con una terrazza che si affaccia su un grande giardino. È uno spazio aperto, ma dove non ci può vedere nessuno. Le sere d’estate ceniamo alla luce delle candele. È un luogo da abitare nell’intimità. Mi sento libera in questo spazio proprio mio.

    Guardo la Madonna nell’opera. Lei mi sembra un po’ triste e solitaria. Il baldacchino, il tappeto di foggia orientale e il leggio creano uno spazio suo, dove può sentirsi vicina a Dio.

    Le braccia, come in una danza, sembrano creare lo spazio per un bambino che ancora non c’è.

    Il velo leggero le sfiora i capelli, è bella Maria. Il panneggio del mantello, ripiegato sul braccio. Il bianco della camicia che risalta sotto la manica. I colori dell’abito, il blu e il rosso.

    Davanti a lei si è appena aperta una porta, non materiale, immaginaria. Una luce e uno strano vento accompagnano l’arrivo dell’angelo. I suoi piedi non hanno ancora toccato terra.

    Ha un’espressione muta. Tra le braccia incrociate sul petto in segno di adorazione tiene un giglio bianco, simbolo di purezza. La notizia che porta a Maria viaggia attraverso la luce.

    Nella distanza tra l’angelo e Maria ho sentito subito la lontananza dalla mia famiglia.

    Ogni volta che viaggio spedisco una cartolina a mia madre. Lei le conserva tutte in una scatola. Sono importanti per creare una memoria, una storia che possiamo condividere, se no di questi anni passati lontane l’una dall’altra rimarrebbe poco.

    Non sempre le cartoline arrivano nell’ordine in cui le ho spedite, alcune si perdono, ma non importa. In questo mondo nulla è perfetto.

    L’angelo viene a portare notizie su di me alla mia famiglia.

    L’angelo poi se ne andrà via. La porta si richiuderà alle sue spalle, e Maria resterà sola.

    L’ambiente in cui vive Maria è aperto, pieno d’aria.

    I marmi preziosi dei pavimenti, con i loro disegni, rendono la scena ancora più trasognata, di una bellezza idilliaca; non sembra vera.

    Un mondo ideale, ma che non è così difficile da trovare, un mondo dove si può arrivare. Se solo fossimo capaci di darci spazio e tempo.

    Questa casa non ha porte, la natura è vicina, c’è un giardino, il luogo riparato di Maria.

    Fuori non c’è nessuno.

    In lontananza, la poesia della natura.

    Il crepuscolo arriverà tra poco.

     

    La narrazione è di Diana Kong

    La voce è di Lucilla Giagnoni

     

    Annunciazione
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 8/24
    Sandro Botticelli, Annunciazione (affresco staccato)

    Guardo la Madonna nell’opera. Lei mi sembra un po’ triste e solitaria. Il baldacchino, il tappeto di foggia orientale e il leggio creano uno spazio suo, dove può sentirsi vicina a Dio.

    Le braccia, come in una danza, sembrano creare lo spazio per un bambino che ancora non c’è.

    Il velo leggero le sfiora i capelli, è bella Maria. Il panneggio del mantello, ripiegato sul braccio. Il bianco della camicia che risalta sotto la manica. I colori dell’abito, il blu e il rosso.

    Davanti a lei si è appena aperta una porta, non materiale, immaginaria. Una luce e uno strano vento accompagnano l’arrivo dell’angelo. I suoi piedi non hanno ancora toccato terra.

    Ha un’espressione muta. Tra le braccia incrociate sul petto in segno di adorazione tiene un giglio bianco, simbolo di purezza. La notizia che porta a Maria viaggia attraverso la luce.

    Nella distanza tra l’angelo e Maria ho sentito subito la lontananza dalla mia famiglia.

    Ogni volta che viaggio spedisco una cartolina a mia madre. Lei le conserva tutte in una scatola. Sono importanti per creare una memoria, una storia che possiamo condividere, se no di questi anni passati lontane l’una dall’altra rimarrebbe poco.

    Non sempre le cartoline arrivano nell’ordine in cui le ho spedite, alcune si perdono, ma non importa. In questo mondo nulla è perfetto.

    L’angelo viene a portare notizie su di me alla mia famiglia.

    L’angelo poi se ne andrà via. La porta si richiuderà alle sue spalle, e Maria resterà sola.

    L’ambiente in cui vive Maria è aperto, pieno d’aria.

    I marmi preziosi dei pavimenti, con i loro disegni, rendono la scena ancora più trasognata, di una bellezza idilliaca; non sembra vera.

    Un mondo ideale, ma che non è così difficile da trovare, un mondo dove si può arrivare. Se solo fossimo capaci di darci spazio e tempo.

    Questa casa non ha porte, la natura è vicina, c’è un giardino, il luogo riparato di Maria.

    Fuori non c’è nessuno.

    In lontananza, la poesia della natura.

    Il crepuscolo arriverà tra poco.

     

    La narrazione è di Diana Kong

    La voce è di Lucilla Giagnoni

    Annunciazione
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 9/24
    Sandro Botticelli, L’Annunciazione di Cestello e Cristo in Pietà

    Le mani restano in uno spazio di sospensione, come in attesa.

    L’angelo è arrivato da poco. Il suo velo leggero sembra attraversato da un soffio d’aria. Come il concepimento, come la vita: un soffio, un respiro.

    Si è inginocchiato e ha proteso una mano verso Maria per rassicurarla: “Sono in pace”. Nell’altra mano tiene un giglio, simbolo di purezza.

    Maria, distolta dalla lettura, compie una sorta di avvitamento su se stessa; quello di lei è uno sguardo rivolto all’interno, come se si stesse ascoltando, stesse ascoltando il battito del cuore. Una mano dice “aspetta”, l’altra è all’altezza del cuore.

    Per accogliere una notizia ci vuole tempo, è il tempo che ci dà la capacità di assorbire le emozioni, di comprenderle.

    L’annuncio modifica la Madonna, la vita cambia con un figlio.

    La vita che ti cresce dentro muove emozioni immense. Non sei più sola, dentro di te abita l’inquilino, nella sua casa perfetta, il tuo grembo.

    Quando aspettavo mia figlia, non ero sola; l’inquilina abitava nel mio corpo perfettamente, aveva tutto quello che le serviva attraverso di me. Aspetta!! Aspetta!! Non sono pronta!!! Io forse ti basto per adesso, ma dopo, quando ci separeranno? Quando non sarò più la tua abitazione perfetta? Cosa sarà di me? Di te? Chi ci proteggerà? Aspetta!!

    C’è bisogno di tempo per comprendere, per arrivare ad accettare. Io, ad esempio, con il tempo ho capito che in certe circostanze della mia vita ho avuto paura che se qualcuno mi dava qualcosa, poi me la poteva togliere.

    Maria accetta il figlio e accetta anche il suo dolore, prefigurato nell’immagine di Cristo in pietà nella parte bassa della cornice.

    È difficile riuscire ad accettare ciò che può essere tolto.

    Qui, dove l’angelo è appena atterrato, siamo in uno spazio chiuso, la casa, che è protezione.

    La stanza dove si svolge la scena è piuttosto austera. Non sembra uno spazio sacro, ma una vera e propria casa; una casa signorile, a giudicare dai materiali pregiati.

    Gabriele, stagliato contro il rettangolo della porta, rimane in qualche modo esterno allo spazio domestico di Maria; allo stesso tempo, irrompendo nella sua casa, porta il soffio di Dio dentro a uno spazio umano.

    Il grembo di Maria accoglie la vita divina, il respiro, è una casa perfetta, ma con il tempo inevitabilmente diventa troppo piccola. Forse nella vita siamo tutti alla ricerca di una casa perfetta, ma anche le altre case che abitiamo, non solo il grembo materno, ad un certo punto ci spingono oltre.

    Nella mia vita ho dovuto cambiare casa diverse volte. Sognavo spesso di entrare in case semi-distrutte, che io bruciavo e tiravo nuovamente su dalle fondamenta. Ho avuto pace solo quando sono riuscita a permettermene una con una stanza per ciascuno dei miei figli. La mia casa, ora, ha il giardino, inondato di luce, colori, alberi e vita.

    Dietro l’angelo si apre una porta, dalla quale si intravede prima un giardino cintato, che è un attributo della Madonna e rimanda alla sua verginità, e poi una magnifica veduta immaginaria.

    Al centro del paesaggio, Botticelli ha dipinto un giovane albero.

    Per alcuni studiosi si tratterebbe di un frassino, pianta mariana, letale per i serpenti come la Madonna lo è per il demonio.

    Per altri studiosi, invece, si tratterebbe di una quercia. A me piace pensare che lo sia. Le sue radici possono uscire dal terreno e reinserirsi in luoghi più distanti per prendere sempre più forza. È considerata un albero sacro, legato alla famiglia e alla fertilità. Simboleggia la salda protezione, la forza di sopravvivere nei periodi più difficili.

    Questa Annunciazione rientra nella produzione più tarda di Botticelli, all’epoca della sua crisi religiosa legata alla predicazione di Girolamo Savonarola, il frate domenicano che giocò un ruolo di primo piano nella cacciata dei Medici da Firenze e nella instaurazione della Repubblica nel 1494. I suoi sermoni scossero profondamente l’artista che per anni era stato l’interprete di punta della raffinata cultura neoplatonica promossa dalla cerchia medicea. Qui, in questo spazio austero, le figure della Madonna e dell’angelo sono animate da una tensione spirituale assente dalla produzione precedente di Botticelli.

    Il dipinto, destinato alla chiesa del Cestello, dopo varie vicende approdò agli Uffizi nel 1872.

    In quella stessa Galleria delle Pitture e delle Statue ho iniziato a lavorare nel 1986 come assistente alla vigilanza. Ma le opere non le guardavo, stavo troppo male.

    L’Annunciazione del Cestello l’ho incontrata davvero quando mi è stato chiesto di scegliere un’opera, così ho incominciato a osservare quadri e sculture in modo diverso. Ho sentito qualcosa in queste mani, che Maria tiene come per proteggersi il cuore. Il cuoricino del bambino, la prima cosa che si legge nell’ecografia, non vedi nient’altro, il respiro, il soffio di un battito … Così ho scelto questa tavola, o lei ha scelto me, perché in fondo sono le opere che fanno da specchio alle nostre emozioni, ci assomigliano, ci chiamano a intrecciare la nostra storia con la loro.

     

    La narrazione è di Fabiana Bianchini

    La voce è di Maria Paiato

    Annunciazione
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 10/24
    Sandro Botticelli, L’Annunciazione di Cestello e Cristo in Pietà

    Il grembo di Maria accoglie la vita divina, il respiro, è una casa perfetta, ma con il tempo inevitabilmente diventa troppo piccola. Forse nella vita siamo tutti alla ricerca di una casa perfetta, ma anche le altre case che abitiamo, non solo il grembo materno, ad un certo punto ci spingono oltre.

    Nella mia vita ho dovuto cambiare casa diverse volte. Sognavo spesso di entrare in case semi-distrutte, che io bruciavo e tiravo nuovamente su dalle fondamenta. Ho avuto pace solo quando sono riuscita a permettermene una con una stanza per ciascuno dei miei figli. La mia casa, ora, ha il giardino, inondato di luce, colori, alberi e vita.

    Dietro l’angelo si apre una porta, dalla quale si intravede prima un giardino cintato, che è un attributo della Madonna e rimanda alla sua verginità, e poi una magnifica veduta immaginaria.

    Al centro del paesaggio, Botticelli ha dipinto un giovane albero.

    Per alcuni studiosi si tratterebbe di un frassino, pianta mariana, letale per i serpenti come la Madonna lo è per il demonio.

    Per altri studiosi, invece, si tratterebbe di una quercia. A me piace pensare che lo sia. Le sue radici possono uscire dal terreno e reinserirsi in luoghi più distanti per prendere sempre più forza. È considerata un albero sacro, legato alla famiglia e alla fertilità. Simboleggia la salda protezione, la forza di sopravvivere nei periodi più difficili.

    Questa Annunciazione rientra nella produzione più tarda di Botticelli, all’epoca della sua crisi religiosa legata alla predicazione di Girolamo Savonarola, il frate domenicano che giocò un ruolo di primo piano nella cacciata dei Medici da Firenze e nella instaurazione della Repubblica nel 1494. I suoi sermoni scossero profondamente l’artista che per anni era stato l’interprete di punta della raffinata cultura neoplatonica promossa dalla cerchia medicea. Qui, in questo spazio austero, le figure della Madonna e dell’angelo sono animate da una tensione spirituale assente dalla produzione precedente di Botticelli.

    Il dipinto, destinato alla chiesa del Cestello, dopo varie vicende approdò agli Uffizi nel 1872.

    In quella stessa Galleria delle Pitture e delle Statue ho iniziato a lavorare nel 1986 come assistente alla vigilanza. Ma le opere non le guardavo, stavo troppo male.

    L’Annunciazione del Cestello l’ho incontrata davvero quando mi è stato chiesto di scegliere un’opera, così ho incominciato a osservare quadri e sculture in modo diverso. Ho sentito qualcosa in queste mani, che Maria tiene come per proteggersi il cuore. Il cuoricino del bambino, la prima cosa che si legge nell’ecografia, non vedi nient’altro, il respiro, il soffio di un battito … Così ho scelto questa tavola, o lei ha scelto me, perché in fondo sono le opere che fanno da specchio alle nostre emozioni, ci assomigliano, ci chiamano a intrecciare la nostra storia con la loro.

     

    La narrazione è di Fabiana Bianchini

    La voce è di Maria Paiato

    Annunciazione
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 11/24
    Sandro Botticelli, Primavera

    Questo giardino è come un paradiso.

    Un paradiso terrestre in cui tutto aveva un significato, ancora prima dell’arrivo dell’uomo.

    Ho provato a immaginare questo prato vuoto. Nessuno vi ha ancora appoggiato il piede.

    La varietà dei fiori è immensa. Tutto è preciso, perfetto, incontaminato.

    Si ha quasi paura ad entrare e calpestare tanta bellezza.

    Ogni particolare contribuisce all’insieme. Ogni elemento che concorre all’insieme porta con sé una storia e un significato preciso.

    Tutto questo, ai miei occhi, assume una straordinaria affinità con la spiritualità africana, al cui centro c’è l’armonia che tutto riveste, la natura come Dio che si trova in tutte le cose: negli alberi, nelle piante, nel fiume, nel sole, nel vento. Quello stesso vento che qui, nella Primavera di Botticelli, gonfia le vesti, feconda le piante, dà origine alla vita. Un soffio vitale che tutto permea.

    La Primavera è considerata un capolavoro della pittura profana, eppure per me ha una dimensione spirituale e religiosa fortissima.

    Inizio a percorrere il prato, e mi fermo al limitare del bosco, che diventa sempre più fitto e mi riporta alla mia infanzia. I tronchi dritti e affusolati degli aranci, man mano che mi addentro, diventano sempre più imponenti, creano il buio intorno me. Ho nove anni. Sono le quattro del mattino, l’aria è fresca. Sento il rumore dell’acqua che scorre, il canto degli uccelli. Mio zio tiene per mano Eugène, il mio fratello più piccolo che ha bisogno di cure. Incomincia a parlare un linguaggio che non conosco, perché il rituale richiede parole diverse dal quotidiano.

    Nel bosco sacro non va chiunque. Quel bosco è un posto che richiede il massimo silenzio, il massimo rispetto, perché si vanno a incontrare gli dei, perché si va a dialogare con le piante.

    Anche questo bosco è uno spazio sacro. Uno spazio pronto per accogliere presenze divine.

    Un colpo di vento, ed ecco che una creatura alata e celeste irrompe sulla scena: è Zefiro, il vento tiepido di Ponente. Col suo soffio vitale feconda la ninfa Cloris, che si trasforma in Flora. Al centro appare Venere, la dea della bellezza, dell’amore e della fertilità. Sopra di lei vola il figlio Cupido, pronto a scoccare la sua freccia. Il movimento a onda prosegue nel gruppo delle tre Grazie, intrecciate in una danza lieve, e finisce con Mercurio: col suo bastone alato allontana le nubi che minacciano la fine della primavera.

    Il riconoscimento dei personaggi mitologici è certo. Quale sia il significato di questo loro incontro, invece, è un quesito che ha dato origine a infinite interpretazioni, molte delle quali legate alla famiglia dei Medici, i committenti della Primavera. Alcuni studiosi hanno sottolineato l’interpretazione politica dell’opera come celebrazione della fioritura di Firenze sotto la loro signoria.

    Anche il livello di lettura filosofico, che ci racconta il percorso di perfezione dell’anima, ci riporta ai Medici, patrocinatori dell’Accademia neoplatonica. Zefiro è la forza più irrazionale e sensuale dell’amore. Grazie alla mediazione di Venere, si trasforma in una forma più perfetta, rappresentata dalle Tre Grazie, che sono simbolo dell’amore che si dona. Mercurio, infine, scaccia le nubi e punta alla perfezione suprema, quella celeste.

    Il mio sguardo torna a posarsi sul prato, sui piedi di queste tre fanciulle eteree che stanno danzando.

    È una danza talmente perfetta da sembrare compiuta. Eppure è proprio questo il punto del dipinto che mi invita a entrare.

    Entrerei a piccoli passi, esitante, come facevo da bambino, imitando i grandi. A un certo punto ti trovi dentro al cerchio. I piedi nudi premono sulla terra con forza. Incominci a fare come gli altri, a muoverti come gli altri, e ti riesce, e sei parte di quel cerchio. La danza si svolgeva una volta all’anno, quando il villaggio era illuminato dalla luna piena, e seguiva un rituale preciso: per implorare le divinità, scacciare la malattia, dare la salute, ma al  tempo stesso spiegare la rotondità della terra, la centralità dell’essere umano.

    Gesti diversi, contesti diversi, ma è poi così distante dall’uomo signore di tutte cose che si celebrava a Firenze nel Quattrocento?

    Nel bosco sacro, nel bosco di Venere, non si può restare, ma quello che si è appreso lo si porta con sé.

    Ed è un peccato per chi non l’ha saputo attraversare…

     

    La narrazione è di Kuassi Sessou

    La voce è di Marco Baliani

    Le musiche sono di Gabin Dabiré

     

    La Primavera
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 12/24
    Sandro Botticelli, Primavera

    Il mio sguardo torna a posarsi sul prato, sui piedi di queste tre fanciulle eteree che stanno danzando.

    È una danza talmente perfetta da sembrare compiuta. Eppure è proprio questo il punto del dipinto che mi invita a entrare.

    Entrerei a piccoli passi, esitante, come facevo da bambino, imitando i grandi. A un certo punto ti trovi dentro al cerchio. I piedi nudi premono sulla terra con forza. Incominci a fare come gli altri, a muoverti come gli altri, e ti riesce, e sei parte di quel cerchio. La danza si svolgeva una volta all’anno, quando il villaggio era illuminato dalla luna piena, e seguiva un rituale preciso: per implorare le divinità, scacciare la malattia, dare la salute, ma al  tempo stesso spiegare la rotondità della terra, la centralità dell’essere umano.

    Gesti diversi, contesti diversi, ma è poi così distante dall’uomo signore di tutte cose che si celebrava a Firenze nel Quattrocento?

    Nel bosco sacro, nel bosco di Venere, non si può restare, ma quello che si è appreso lo si porta con sé.

    Ed è un peccato per chi non l’ha saputo attraversare.

     

    La narrazione è di Kuassi Sessou

    La voce è di Marco Baliani

    Le musiche sono di Gabin Dabiré

    La Primavera
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 13/24
    Sandro Botticelli, Pallade e il centauro

    Davanti a me si aprivano il verde rigoglioso della collina e il fresco azzurro del fiume, increspato dal placido ondeggiare di una nave solitaria. Il picco sul quale ero seduta era un'oscura roccia che si protendeva verso l'alto. Stavo osservando l'oscillare dei miei piedi nel vuoto, quando sentii un rombo provenire dall'altro lato della collina. Alzai la testa di scatto e fissai il mio sguardo sull'orizzonte. Il rumore si intensificava ad ogni attimo, quando da una nuvola di polvere comparve il galoppo frastornante e sconnesso di un centauro. La velocità con la quale raggiunse la roccia mi fece credere che forse vi sarebbe finito addosso, e invece virò con un'abile manovra delle zampe. Cominciò a fiancheggiare la parete di pietra con un trotto leggero, ma non trovando vie di fuga si fermò. Fu come preso da un'ira ferina: la creatura scalpitava, sgroppava e si dimenava come una bestia in gabbia. Lo scoccare dei suoi zoccoli sul terreno scandiva il passare degli attimi verso un qualcosa di inesorabile, quando quello afferrò l'arco da caccia, prese una freccia dalla faretra e la incoccò, puntandola verso il terreno. Teneva gli occhi fermi verso l'orizzonte, spingendomi a fare lo stesso.

    Allora la vidi, sul margine della collina, avanzare con passo lento e minaccioso, come un felino pronto a tendere un agguato. L'alabarda d'oro massiccio, che stringeva nella mano sinistra, non sembrava appesantirla minimamente. Il vento si divertiva a creare con la sua veste dei piccoli vortici di seta, che si avvolgevano attorno alle gambe della donna; faceva danzare i suoi lunghi capelli attorno alla pelle lattea del volto, del collo, del petto e delle spalle. Ma era lo sguardo, d'un grigio chiaro e magnetico, ad irradiare il fascino della donna: sereno, ma minaccioso; fiero e sapiente, ma umile. Arrivata a pochi centimetri dal centauro, che tutto a un tratto appariva docile e indifeso, l'enigmatica dama lo fissò in silenzio; poi, lentamente, alzò il braccio destro, e allungò le dita affusolate verso il capo del suo rivale, come se volesse accarezzare i selvaggi capelli marroni, ma egli si ritrasse, impaurito. Solo allora la guerriera parlò: “Perché ti scosti centauro? Ti disgusto forse? O hai timore di me?”.

    Il centauro si raddrizzò nel tentativo di recuperare una certa dignità, ma rispose titubante: “Come potreste mai disgustarmi, oh Pallade Atena? Nessuna tra le stelle del firmamento può competere con la vostra bellezza. No, io ho timore, mia Dea, non di voi, non per la mia vita, bensì per la mia libertà. Amo vivere seguendo il mio istinto e appagando i miei sensi oltre ogni limite. Ma ciò non mi è concesso, se non sono libero da voi. Perché, dunque, mi perseguitate? Vi ho forse arrecato offesa?”.

    Atena non rispose subito. Per qualche secondo sembrò che il mondo fosse in sospeso, poi parlò: “Ci fu un uomo, tempo fa; un filosofo e sapiente greco mio protetto, Platone era il suo nome. La storia che raccontò al mondo adesso io racconterò a te, Centauro. L’anima, dopo la morte e prima della vita, ha un momento di reminescenza in cui appare come una biga, trainata da una coppia di cavalli e guidata da un auriga. Il cavallo nero è concupiscibile, e istintivamente si dirige verso il basso, verso la reincarnazione. Il cavallo bianco è spirituale e si eleva verso l’alto, l’Iperuranio. L’auriga ha il dovere di innalzare la biga verso le idee: maggiore sarà la sua abilità in questa impresa, maggiore sarà la sapienza dell’anima una volta tornata in vita. Non è una persecuzione la mia, Centauro: in te trottano erranti il cavallo nero e quello bianco. Ciò che tu chiami libertà è in realtà la sottomissione della tua spiritualità alle passioni, che ti tengono incatenato alla Terra, e non ti permettono di raggiungere le stelle, che veneri solo da lontano. Sono qui non per privarti delle tue passioni, bensì per aiutarti a trovare l’equilibrio; se accetterai la mia guida sarò per te l’auriga che ti porterà alla grandezza.” Attesi la risposta del Centauro, ma mi raggiunse solo un aleggiante silenzio. Il Centauro aveva chinato docilmente il capo di fronte ad Atena. La Dea aveva afferrato i suoi capelli con forza delicata, imbrigliandolo con una stretta decisa ma dolce. Lo trascinò fuori dall’ombra della pietra, verso l’orizzonte illuminato dal Sole, e così le due figure scomparvero nel nulla.

    Rimasi immobile, in preda all’estasi per la scena a cui avevo appena partecipato come invisibile presenza. Discesi in fretta la parete rocciosa e iniziai a correre: attraversai i paesaggi campagnoli, raggiunsi le alte mura di cinta della città e percorsi le strette e tortuose strade di Firenze. Spinsi la pesante porta di legno, che dava accesso alla bottega del maestro. “Mastro Botticelli!”, chiamai a gran voce. Il pittore era seduto davanti a una tela coperta da un panno bianco. Quando mi udì, girò la testa verso di me; le sopracciglia erano aggrottate in un’espressione interrogativa. “Non avete idea di ciò che sto per raccontarvi”, dissi. Narrai l’incontro tra Pallade e il Centauro a cui avevo assistito dall’alto. Alla conclusione del racconto gli occhi del mio maestro erano sgranati; non disse una parola, ma alzò il panno bianco sopra la tela misteriosa, rivelando l’eterea bellezza di Pallade immortalata nell’attimo in cui catturava la chioma del Centauro tra le sue candide mani. Rimasi a bocca aperta. “Come può essere possibile?”, chiesi scioccata. Il maestro rispose pensieroso: “Qualche tempo fa Lorenzo de’ Medici mi commissionò un quadro che potesse perpetuare l’immagine politica della sua famiglia. Non avendo idee su come avviare il lavoro, mi ritrovai a vagare sopra lo stesso picco di cui ora tu mi narri, in cerca di ispirazione. Fu allora che assistetti al trionfo di Atena sul Centauro. Quella visione surreale pose fine agli interrogativi che assillavano il mio estro: Atena era il più chiaro esempio di un potere che non sottomette, ma guida. Ha riportato l'ordine nell'animo del Centauro esattamente come i Medici hanno portato la pace a Firenze. Perciò ho intrecciato agli ornamenti di rami d'ulivo, simbolo della Dea e della pace cristiana, alcuni anelli con un diamante, simbolo dei Medici, coloro che tengono l'armonia nella città. Stavo pensando che potrei creare un collegamento tra questa e la mia ultima opera; ti ricordi la ‘Primavera’?...”  “E come dimenticarla?”, pensai. “Dopotutto la venerazione della bellezza naturale va di pari passo con la ricerca della verità, non ti pare?...”

    Si fermò d'un tratto e mi sorrise; sembrava essere stato colto da una allegra compassione nei miei confronti. “Penso di aver tergiversato un po' troppo. Un dubbio doveva tormentare anche te quando ti sei avventurata su quel picco; cosa mai, di tanto rilevante, affliggeva la tua giovane mente, da scomodare quel povero Centauro e la Divina Atena?”

    Ignorando il suo tono di sufficienza, iniziai a riflettere, quando la risposta mi giunse chiara e livida. “Signore, è difficile spiegare a parole ciò che mi tormentava in cima a quel dirupo. Da anni trascino dentro di me una fiera, così la chiamo, che mi spinge a fare cose magnifiche, poiché nutre e inebria la mia creatività. Non potrei mai fare a meno di lei: è la mia anima sensibile, istintuale ed emotiva. Ma la mia bestia non solo è fuori controllo, sembra che addirittura riesca a sopraffarmi, amplificando le mie emozioni esageratamente.

    Non voglio incatenare o reprimere la mia creatura. Vorrei solo che cessasse di arpionarmi le viscere, aprendo ferite sanguinanti che non sono in grado di rimarginare. Vorrei che, invece, fluisse, armonica, come un torrente: inarrestabile, ma equilibrato e vitale.

    Atena mi ha onorato della sua presenza, forse, per ciò che aspiro a diventare: una donna che vive di passioni, ma non se ne lascia travolgere. Come lei con il centauro, devo riuscire a trovare la forza per guidare questo animale interiore con la stessa grazia risoluta, oppure continuerà a far soffrire me e coloro che mi circondano.

    Il mio monologo appassionato doveva aver colpito Botticelli, che mi osservava con una punta di malinconia.

    Sorrisi con ancora le lacrime agli occhi: probabilmente anche lui ne sapeva qualcosa.

     

    La narrazione è di Sofia Kossiwa Sessou

    La voce è di Lella Costa

     

    Pallade e il centauro
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 14/24
    Sandro Botticelli, Pallade e il centauro

    Atena non rispose subito. Per qualche secondo sembrò che il mondo fosse in sospeso, poi parlò: “Ci fu un uomo, tempo fa; un filosofo e sapiente greco mio protetto, Platone era il suo nome. La storia che raccontò al mondo adesso io racconterò a te, Centauro. L’anima, dopo la morte e prima della vita, ha un momento di reminescenza in cui appare come una biga, trainata da una coppia di cavalli e guidata da un auriga. Il cavallo nero è concupiscibile, e istintivamente si dirige verso il basso, verso la reincarnazione. Il cavallo bianco è spirituale e si eleva verso l’alto, l’Iperuranio. L’auriga ha il dovere di innalzare la biga verso le idee: maggiore sarà la sua abilità in questa impresa, maggiore sarà la sapienza dell’anima una volta tornata in vita. Non è una persecuzione la mia, Centauro: in te trottano erranti il cavallo nero e quello bianco. Ciò che tu chiami libertà è in realtà la sottomissione della tua spiritualità alle passioni, che ti tengono incatenato alla Terra, e non ti permettono di raggiungere le stelle, che veneri solo da lontano. Sono qui non per privarti delle tue passioni, bensì per aiutarti a trovare l’equilibrio; se accetterai la mia guida sarò per te l’auriga che ti porterà alla grandezza.” Attesi la risposta del Centauro, ma mi raggiunse solo un aleggiante silenzio. Il Centauro aveva chinato docilmente il capo di fronte ad Atena. La Dea aveva afferrato i suoi capelli con forza delicata, imbrigliandolo con una stretta decisa ma dolce. Lo trascinò fuori dall’ombra della pietra, verso l’orizzonte illuminato dal Sole, e così le due figure scomparvero nel nulla.

    Rimasi immobile, in preda all’estasi per la scena a cui avevo appena partecipato come invisibile presenza. Discesi in fretta la parete rocciosa e iniziai a correre: attraversai i paesaggi campagnoli, raggiunsi le alte mura di cinta della città e percorsi le strette e tortuose strade di Firenze. Spinsi la pesante porta di legno, che dava accesso alla bottega del maestro. “Mastro Botticelli!”, chiamai a gran voce. Il pittore era seduto davanti a una tela coperta da un panno bianco. Quando mi udì, girò la testa verso di me; le sopracciglia erano aggrottate in un’espressione interrogativa. “Non avete idea di ciò che sto per raccontarvi”, dissi. Narrai l’incontro tra Pallade e il Centauro a cui avevo assistito dall’alto. Alla conclusione del racconto gli occhi del mio maestro erano sgranati; non disse una parola, ma alzò il panno bianco sopra la tela misteriosa, rivelando l’eterea bellezza di Pallade immortalata nell’attimo in cui catturava la chioma del Centauro tra le sue candide mani. Rimasi a bocca aperta. “Come può essere possibile?”, chiesi scioccata. Il maestro rispose pensieroso: “Qualche tempo fa Lorenzo de’ Medici mi commissionò un quadro che potesse perpetuare l’immagine politica della sua famiglia. Non avendo idee su come avviare il lavoro, mi ritrovai a vagare sopra lo stesso picco di cui ora tu mi narri, in cerca di ispirazione. Fu allora che assistetti al trionfo di Atena sul Centauro. Quella visione surreale pose fine agli interrogativi che assillavano il mio estro: Atena era il più chiaro esempio di un potere che non sottomette, ma guida. Ha riportato l'ordine nell'animo del Centauro esattamente come i Medici hanno portato la pace a Firenze. Perciò ho intrecciato agli ornamenti di rami d'ulivo, simbolo della Dea e della pace cristiana, alcuni anelli con un diamante, simbolo dei Medici, coloro che tengono l'armonia nella città. Stavo pensando che potrei creare un collegamento tra questa e la mia ultima opera; ti ricordi la ‘Primavera’?...”  “E come dimenticarla?”, pensai. “Dopotutto la venerazione della bellezza naturale va di pari passo con la ricerca della verità, non ti pare?...”

    Si fermò d'un tratto e mi sorrise; sembrava essere stato colto da una allegra compassione nei miei confronti. “Penso di aver tergiversato un po' troppo. Un dubbio doveva tormentare anche te quando ti sei avventurata su quel picco; cosa mai, di tanto rilevante, affliggeva la tua giovane mente, da scomodare quel povero Centauro e la Divina Atena?”

    Ignorando il suo tono di sufficienza, iniziai a riflettere, quando la risposta mi giunse chiara e livida. “Signore, è difficile spiegare a parole ciò che mi tormentava in cima a quel dirupo. Da anni trascino dentro di me una fiera, così la chiamo, che mi spinge a fare cose magnifiche, poiché nutre e inebria la mia creatività. Non potrei mai fare a meno di lei: è la mia anima sensibile, istintuale ed emotiva. Ma la mia bestia non solo è fuori controllo, sembra che addirittura riesca a sopraffarmi, amplificando le mie emozioni esageratamente.

    Non voglio incatenare o reprimere la mia creatura. Vorrei solo che cessasse di arpionarmi le viscere, aprendo ferite sanguinanti che non sono in grado di rimarginare. Vorrei che, invece, fluisse, armonica, come un torrente: inarrestabile, ma equilibrato e vitale.

    Atena mi ha onorato della sua presenza, forse, per ciò che aspiro a diventare: una donna che vive di passioni, ma non se ne lascia travolgere. Come lei con il centauro, devo riuscire a trovare la forza per guidare questo animale interiore con la stessa grazia risoluta, oppure continuerà a far soffrire me e coloro che mi circondano.

    Il mio monologo appassionato doveva aver colpito Botticelli, che mi osservava con una punta di malinconia.

    Sorrisi con ancora le lacrime agli occhi: probabilmente anche lui ne sapeva qualcosa.

     

    La narrazione è di Sofia Kossiwa Sessou

    La voce è di Lella Costa

    Pallade e il centauro
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 15/24
    Giovanni Bellini, Allegoria Sacra

    C’è silenzio. Chiudo gli occhi, sono disorientata e confusa, trascino i piedi su una superficie solida, liscia e molto fredda. Un pavimento di marmo pregiato mi riporta in un passato molto lontano, quando ero bambina.

    Apro gli occhi e non sono sola: intorno a me vedo generazioni diverse. Donne, bambini, uomini giovani e anziani, popolano una grande terrazza affacciata su un lago. Sembra un incontro, ma non lo è. Ci sono preghiere, ma le persone non si guardano.

    La terrazza è recintata, ma con un varco aperto per scendere al lago. Anche la porta di casa mia era sempre aperta a tutti, mio padre era una persona generosa e accogliente, diceva che nessuno doveva bussare e chiedere, ma chi aveva bisogno doveva sentirsi accolto, ascoltato, compreso.

    L’Allegoria Sacra, di Giovanni Bellini, è una delle opere più misteriose della storia dell’arte.

    È un dipinto anomalo in sé: nell’epoca in cui fu realizzato, a fine Quattrocento, le allegorie profane erano molto diffuse, mentre non ne esisteva nessuna di argomento sacro. Come la vita di ogni singola persona, quest’opera è unica, senza paragoni.

    Siamo in un tempo imprecisato, “sospeso”.

    Chi siano questi misteriosi personaggi, è impossibile dirlo con certezza. Da più di cento anni, gli storici dell’arte si sono arrovellati nel tentativo di dare un’interpretazione a un dipinto che nelle intenzioni del committente doveva essere comprensibile solo a una ristretta cerchia di persone colte.

    Delle tante ipotesi proposte, quella che mi affascina di più è stata formulata dallo studioso Gustav Ludwig, che nel 1902 interpretava la terrazza come il Giardino dell’Eden. È da qui che parte il viaggio verso il Paradiso dell’anima, rappresentata dal bambino vestito e seduto sul cuscino. L’anima è in attesa di giudizio da parte della Madonna, dei santi alle sue spalle e dell’allegoria della Giustizia, rappresentata dalla donna con la corona sul capo che si trova alla sinistra di Maria. I due personaggi in piedi sulla destra sono identificati come i santi patrocinatori dell’anima presso il tribunale celeste. Al di là della terrazza, il paesaggio sembra alludere al percorso compiuto dall’anima per rifuggire il vizio (rappresentato dal centauro che tenta l’eremita), e infine arrivare al paradiso grazie a virtù come la pazienza, l’umiltà e l’astinenza, rappresentate rispettivamente dall’asino, dal gregge di pecore e dalla capra.

    Non c’è nulla di esotico, nello scenario che Bellini dipinge al di là del lago. Se c’è un luogo estraneo, “diverso”, è proprio la terrazza. Ma è qui che si gioca il passaggio dalla non comunicazione alla comunicazione. Cosa succederà quando i personaggi incominceranno ad agire? Maria alzerà lo sguardo per prima, dando avvio all’evento che tutti stanno attendendo? O il bambino seduto sul cuscino si alzerà in piedi?

    Anch’io non comunicavo, però mi portavo dentro una forza: l’incontro con mio marito. Ci siamo conosciuti per corrispondenza; aveva capito che ero berbera come lui, perché abitavo in una piccola città vicino ad Agadir.

    Il nostro è stato un viaggio fatto di tanti sacrifici, con lui sono cresciuta.

    Non ho mai smesso di studiare, di “chiedere conoscenza” come si dice in arabo. Lo studente è “colui che chiede”. Strada facendo, ho riscoperto qualcosa che mio padre mi aveva insegnato: l’importanza di tenere la porta aperta. È così che sono diventata mediatrice. Facilitare l’incontro, la relazione, la conoscenza, lo scambio, è diventata la mia professione.

    Come l’acqua limpida e tranquilla di questo lago, che ha la funzione di tramite cromatico tra la terrazza e la riva opposta, porta alle rocce a picco sull’acqua, al villaggio, al castello che torreggia sul bosco fitto.

    E poi, ci sono le montagne: quelle che spesso, la notte, mi capita di sognare. Sogno di scalare alture impervie. Che è un po’ come la vita. Ma alla fine riesco sempre ad arrivare a destinazione. E quando arrivo in cima, capisco di avercela fatta.

    Riapro gli occhi. Maria alza lo sguardo, e la conversazione ha inizio.

     

    La narrazione è di Samira Lahhane

    La voce è di Micaela Casalboni

    Allegoria sacra
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 16/24
    Giovanni Bellini, Allegoria Sacra

    Non c’è nulla di esotico, nello scenario che Bellini dipinge al di là del lago. Se c’è un luogo estraneo, “diverso”, è proprio la terrazza. Ma è qui che si gioca il passaggio dalla non comunicazione alla comunicazione. Cosa succederà quando i personaggi incominceranno ad agire? Maria alzerà lo sguardo per prima, dando avvio all’evento che tutti stanno attendendo? O il bambino seduto sul cuscino si alzerà in piedi?

    Anch’io non comunicavo, però mi portavo dentro una forza: l’incontro con mio marito. Ci siamo conosciuti per corrispondenza; aveva capito che ero berbera come lui, perché abitavo in una piccola città vicino ad Agadir.

    Il nostro è stato un viaggio fatto di tanti sacrifici, con lui sono cresciuta.

    Non ho mai smesso di studiare, di “chiedere conoscenza” come si dice in arabo. Lo studente è “colui che chiede”. Strada facendo, ho riscoperto qualcosa che mio padre mi aveva insegnato: l’importanza di tenere la porta aperta. È così che sono diventata mediatrice. Facilitare l’incontro, la relazione, la conoscenza, lo scambio, è diventata la mia professione.

    Come l’acqua limpida e tranquilla di questo lago, che ha la funzione di tramite cromatico tra la terrazza e la riva opposta, porta alle rocce a picco sull’acqua, al villaggio, al castello che torreggia sul bosco fitto.

    E poi, ci sono le montagne: quelle che spesso, la notte, mi capita di sognare. Sogno di scalare alture impervie. Che è un po’ come la vita. Ma alla fine riesco sempre ad arrivare a destinazione. E quando arrivo in cima, capisco di avercela fatta.

    Riapro gli occhi. Maria alza lo sguardo, e la conversazione ha inizio.

     

    La narrazione è di Samira Lahhane

    La voce è di Micaela Casalboni

    Allegoria sacra
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 17/24
    Camillo Boccaccino, Testa di uomo anziano

    Lui mi ha portato qui.

    Il nostro incontro è stato un pomeriggio di novembre, in Galleria, nella sala a lavorare, china sui miei pensieri come lui sui suoi.

    Pochi turisti in giro per le sale e nei corridoi, una calma accompagnata dalla umbratile luce dell’autunno.

    Alzo la testa e lo incontro, non l’avevo mai notato; eppure era lì, era sempre stato lì.

    Succede così quando hai tanta bellezza intorno.

    Ma poi un attimo di sintonia, che è un piccolo tracollo per te… ed ecco quella testa reclinata di vecchio.

    Un profeta? Un santo? Un saggio?

    Come uno zampillo nell’acqua, per me, lui è mio nonno Armando.

    Maestro elementare, amante del greco e del latino, con poche cose nello zaino, tra cui Guerra e Pace di Tolstoj, e all’indomani dell’8 settembre del 1943, il ritorno a casa, a piedi, da Roma fino in Sicilia.

    Lui, dicevo, con il suo amore per la bellezza, mi ha portato qui a Firenze.

    Perché, allora, la mia piccola folgorazione per un quadro di arte lombarda? In fondo è quasi sconosciuto l’artista, Camillo Boccaccino, e la sua città, Cremona, non è la Firenze del Cinquecento.

    Perché proprio questa testa di vecchio, tra i tanti capolavori degli Uffizi?

    Perché, per me, questo volto non ha un’identità propria, e ognuno può dargliene una affettiva. Una ricordanza lieve, timida e potente allo stesso tempo.

    Quasi nulla sappiamo del quadro, forse si tratta di uno studio preparatorio per una pala d’altare mai realizzata, ma ha più l’aria di essere un frammento.

    D’altra parte, poco sappiamo anche dell’artista. Pochissime le opere d’arte che di lui ci rimangono: quattro pale d’altare, di cui una perduta, e affreschi nella chiesa di San Sigismondo e in Duomo, sempre a Cremona.

    E poi, questo ritratto di vecchio e il suo mistero.

    Una tavolozza giocata sui toni del colore che la storica dell’arte Mina Gregori, cremonese di nascita anche lei, descrive così: “una gamma di incendio autunnale, un rogo di foglie secche e crocchianti”.

    Come arriva, Boccaccino, a questa tonalità di colori ?

    Con la luce.

    Già, la luce! Provo a seguirla.

    Viene dall’alto, illumina la fronte stempiata e non a caso­: la sua sapienza alberga lì.

    L’uomo guarda verso il basso, aggrotta la fronte, forse ha un pensiero subitaneo, un’illuminazione della mente serena.

    Gli occhi si intravedono appena; sono messi in ombra perché la luce punta dritta alla barba lunga, folta, bianca, ma quasi mangiata in basso dall’oscurità.

    Le rughe, come onde di un mare non più in tempesta, si placano quiete alla barriera delle sopracciglia e lì trovano una ruga del pensiero che segna un confine netto fra la fronte e il naso lungo e regolare, quasi la punta di una freccia.

    Lo sguardo è benevolo, l’intento è docile, un San Giuseppe tenero e impacciato.

    C’è la tenerezza degli anziani nel suo volto, la stessa tenerezza che accompagna il ricordo di mio nonno.

    Un ricordo che si fonde con la luce, come il colore in Camillo Boccaccino si fonde con le ombre. È estate. Sto entrando nella casa dei nonni in paese. Una casa grande e antica.

    Il silenzio di un primo pomeriggio assolato. Il verso delle cicale. Un’anticamera abbagliata dal sole che regala frescura e oscurità alle altre stanze della casa.

    Avanzo accaldata nella sala da pranzo in penombra, c’è un grande tavolo in legno scuro protetto da uno spesso cristallo verde. La luce filtra dall’anticamera.

    Lui, però, non è lì. Lo trovo seduto a scrivere, rigorosamente a matita, in una piccola stanza invasa dalla calura e dal silenzio. La luce accecante è contenuta da una sottile tendina ricamata, bianca e gonfia come le vele di una barca. Vuoti e pieni di luce, la matita dal tratto lieve, la calligrafia composta di un maestro. Espressioni delicate e gentili come: “Che bella cera hai oggi, nipotina mia!”. L’odore dei libri con le pagine ingiallite e le belle illustrazioni. Un mondo si apriva in quegli istanti.

    Oggi tutto questo è ricordo, e sembra strano che una testa di vecchio senza nome possa a tal punto aprire un varco nella memoria e illanguidire lo sguardo, il mio, su cose tanto sopite.  

    È il nonno che mi ha portato qui, davanti a questo volto, perché questo volto mi riconducesse a lui.

     

    La narrazione è di Maria Spanò

    La voce è di Arianna Scommegna

    Testa di uomo anziano
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 18/24
    Camillo Boccaccino, Testa di uomo anziano

    E poi, questo ritratto di vecchio e il suo mistero.

    Una tavolozza giocata sui toni del colore che la storica dell’arte Mina Gregori, cremonese di nascita anche lei, descrive così: “una gamma di incendio autunnale, un rogo di foglie secche e crocchianti”.

    Come arriva, Boccaccino, a questa tonalità di colori ?

    Con la luce.

    Già, la luce! Provo a seguirla.

    Viene dall’alto, illumina la fronte stempiata e non a caso­: la sua sapienza alberga lì.

    L’uomo guarda verso il basso, aggrotta la fronte, forse ha un pensiero subitaneo, un’illuminazione della mente serena.

    Gli occhi si intravedono appena; sono messi in ombra perché la luce punta dritta alla barba lunga, folta, bianca, ma quasi mangiata in basso dall’oscurità.

    Le rughe, come onde di un mare non più in tempesta, si placano quiete alla barriera delle sopracciglia e lì trovano una ruga del pensiero che segna un confine netto fra la fronte e il naso lungo e regolare, quasi la punta di una freccia.

    Lo sguardo è benevolo, l’intento è docile, un San Giuseppe tenero e impacciato.

    C’è la tenerezza degli anziani nel suo volto, la stessa tenerezza che accompagna il ricordo di mio nonno.

    Un ricordo che si fonde con la luce, come il colore in Camillo Boccaccino si fonde con le ombre. È estate. Sto entrando nella casa dei nonni in paese. Una casa grande e antica.

    Il silenzio di un primo pomeriggio assolato. Il verso delle cicale. Un’anticamera abbagliata dal sole che regala frescura e oscurità alle altre stanze della casa.

    Avanzo accaldata nella sala da pranzo in penombra, c’è un grande tavolo in legno scuro protetto da uno spesso cristallo verde. La luce filtra dall’anticamera.

    Lui, però, non è lì. Lo trovo seduto a scrivere, rigorosamente a matita, in una piccola stanza invasa dalla calura e dal silenzio. La luce accecante è contenuta da una sottile tendina ricamata, bianca e gonfia come le vele di una barca. Vuoti e pieni di luce, la matita dal tratto lieve, la calligrafia composta di un maestro. Espressioni delicate e gentili come: “Che bella cera hai oggi, nipotina mia!”. L’odore dei libri con le pagine ingiallite e le belle illustrazioni. Un mondo si apriva in quegli istanti.

    Oggi tutto questo è ricordo, e sembra strano che una testa di vecchio senza nome possa a tal punto aprire un varco nella memoria e illanguidire lo sguardo, il mio, su cose tanto sopite.  

    È il nonno che mi ha portato qui, davanti a questo volto, perché questo volto mi riconducesse a lui.

     

    La narrazione è di Maria Spanò

    La voce è di Arianna Scommegna

    Testa di uomo anziano
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 19/24
    Domenico Ghirlandaio, Adorazione dei Magi

    Sono nata nella terra di mio padre, in campagna.

    Una terra immensa, 260 ettari. Una parte era in collina, tutto il resto era prato verde in cui pascolavano gli animali che lui allevava.

    Intorno alla terra di mio padre vivevano tre piccole comunità. Gli abitanti a volte andavano da lui a chiedere un pezzo di terra per coltivarlo, e mio padre gliela offriva, gratuitamente. Lui riconosceva questo bisogno di terra; la sua terra era grande e si poteva dare in dono.

    Quando mio padre macellava una mucca, tutti erano invitati. Era una grande festa, il momento dell’incontro in cui scambiarsi storie, parlare dei problemi della comunità, chiedere consiglio.

    Anche in quest’opera, dipinta dal Ghirlandaio, c’è un prato. Si apre dietro alla figura di Maria, quasi un vuoto per dare risalto alla sua presenza.

    I tre re-sacerdoti hanno appena appoggiato a terra tutti i loro segni di ricchezza.

    Quello più giovane si sta ancora togliendo la collana, mentre il paggio gli solleva delicatamente la corona dal capo.

    Il bambino alza la mano e benedice quello più vecchio, che gli bacia il piedino in segno di devozione.

    L’affollato corteo che accompagna i Magi si dispone a cerchio sui due lati, come a seguire il formato tondo del dipinto e a sottolineare la centralità di Maria e del Bambino. 

    Sullo sfondo, una capanna dentro le rovine di un tempio simboleggia l’avvento del tempo della grazia che supera l’antica legge, il Vecchio Testamento. Come un germoglio esile che si fa strada.

    Ancora oltre, un porto. Forse quello dove i Magi sono arrivati per adorare il Bambino.

    Cielo, terra, mare … uno spazio sconfinato.

    Nel Quattrocento, l’episodio descritto nel Vangelo di Matteo divenne un’occasione per celebrare i committenti. Domenico Bigordi, detto il Ghirlandaio, dipinse questo tondo probabilmente per la famiglia Tornabuoni. L’opera, che per la sua forma circolare era poco adatta all’altare di una chiesa, fu realizzata per la devozione dei committenti nella loro dimora privata.

    I rappresentati della famiglia sono ritratti con grande precisione nei due uomini inginocchiati a destra, forse anche nel Magio che si gira verso di noi. Una riunione familiare.

    E poi c’è Giuseppe, assorto in questo meraviglioso sguardo di tenerezza rivolto a Maria. Un po’ appartato, il volto poggiato sulla mano, contempla la moglie e il bambino.

    Nella figura di Giuseppe rivedo mio padre.

    È sempre stato molto protettivo nei miei confronti. Ero la più piccola, l’ultima di cinque figli.

    Ma non è riuscito a proteggermi dall’aggressione che ho subito quando ero ragazza, né dalla mia paura di possibili ritorsioni quando il processo si è concluso a mio favore.

    Mio padre non voleva che io partissi, ma ero certa che non avrei più potuto vivere in Perù. Sono io quella che ha deciso di andare, di cambiare la propria vita...

    Il giorno in cui sono partita per l’Europa mio padre mi guardava da lontano. Non mi ha salutata, non voleva lasciarmi andare via.

    Nel dipinto, pochi sono gli oggetti in primo piano poggiati su una pietra: una custodia di occhiali, una bisaccia e una borraccia per l’acqua, solo l’essenziale per il viaggio. Li raccolgo e parto, senza girarmi indietro.

    Avevo solo 22 anni, quando, appena laureata, ho dovuto affrontare da sola un nuovo mondo. Ho lasciato alle spalle un luogo familiare, sicuro, agiato, per trovarmi sballottata da clandestina.

    Quando sono arrivata a Firenze, la svolta: inserirmi nei gruppi di appoggio dei nuovi immigrati, nelle associazioni di categoria, nella politica del territorio; iniziare a farmi carico io di nuove responsabilità.

    In questo viaggio iniziatico della mia vita sono passata sotto i ruderi di un tempo trascorso, e ho attraversato la porta della Grazia.

    Anche i Magi, forse, sono passati da lì quando sono ripartiti per l’Oriente. Avvisati da un angelo di non ritornare da Erode, hanno cambiato la strada del ritorno.

    Qualche mese fa sono tornata nella casa di campagna di mio padre. Si sposava un mio nipote. Ho visto la famiglia allargata, i figli dei figli, i giovani diventati adulti, i tanti bambini. Ancora lì, nel grande prato intorno alla casa, eravamo diventati una grande famiglia.

    Il Magio in primo piano si volta verso di noi, come sorpreso dalle persone che continuano ad arrivare in un fiume infinito di generazioni.

     

    La narrazione è di Lina Callupe

    La voce è di Giulia Lazzarini

    Adorazione dei Magi
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 20/24
    Domenico Ghirlandaio, Adorazione dei Magi

    E poi c’è Giuseppe, assorto in questo meraviglioso sguardo di tenerezza rivolto a Maria. Un po’ appartato, il volto poggiato sulla mano, contempla la moglie e il bambino.

    Nella figura di Giuseppe rivedo mio padre.

    È sempre stato molto protettivo nei miei confronti. Ero la più piccola, l’ultima di cinque figli.

    Ma non è riuscito a proteggermi dall’aggressione che ho subito quando ero ragazza, né dalla mia paura di possibili ritorsioni quando il processo si è concluso a mio favore.

    Mio padre non voleva che io partissi, ma ero certa che non avrei più potuto vivere in Perù. Sono io quella che ha deciso di andare, di cambiare la propria vita...

    Il giorno in cui sono partita per l’Europa mio padre mi guardava da lontano. Non mi ha salutata, non voleva lasciarmi andare via.

    Nel dipinto, pochi sono gli oggetti in primo piano poggiati su una pietra: una custodia di occhiali, una bisaccia e una borraccia per l’acqua, solo l’essenziale per il viaggio. Li raccolgo e parto, senza girarmi indietro.

    Avevo solo 22 anni, quando, appena laureata, ho dovuto affrontare da sola un nuovo mondo. Ho lasciato alle spalle un luogo familiare, sicuro, agiato, per trovarmi sballottata da clandestina.

    Quando sono arrivata a Firenze, la svolta: inserirmi nei gruppi di appoggio dei nuovi immigrati, nelle associazioni di categoria, nella politica del territorio; iniziare a farmi carico io di nuove responsabilità.

    In questo viaggio iniziatico della mia vita sono passata sotto i ruderi di un tempo trascorso, e ho attraversato la porta della Grazia.

    Anche i Magi, forse, sono passati da lì quando sono ripartiti per l’Oriente. Avvisati da un angelo di non ritornare da Erode, hanno cambiato la strada del ritorno.

    Qualche mese fa sono tornata nella casa di campagna di mio padre. Si sposava un mio nipote. Ho visto la famiglia allargata, i figli dei figli, i giovani diventati adulti, i tanti bambini. Ancora lì, nel grande prato intorno alla casa, eravamo diventati una grande famiglia.

    Il Magio in primo piano si volta verso di noi, come sorpreso dalle persone che continuano ad arrivare in un fiume infinito di generazioni.

     

    La narrazione è di Lina Callupe

    La voce è di Giulia Lazzarini

    Adorazione dei Magi
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 21/24
    Piero di Cosimo, Perseo libera Andromeda

    È l’alba, un cielo terso, un caldo abbraccio, forse l’ultimo fra Andromeda e Cassiopea, la madre che si era vantata di essere la più bella delle ninfe del mare. Ovidio, nelle sue Metamorfosi, racconta che per questo oltraggio Poseidone aveva inviato un mostro terribile a razziare le coste del regno di Cefeo, padre di Andromeda.

    La prima volta che vidi questo quadro rimasi colpita dal mostro, un drago più grazioso che spaventoso, di quelle creature che si possono trovare dentro a un libro di fiabe. A dipingerla non poteva essere che Piero di Cosimo, artista “capriccioso e di stravagante invenzione”.

    Poi il mio sguardo ha vagato sulla tela, e ho visto una fanciulla legata ad un albero. In primo piano tre donne affrante, i volti affondati tra le mani, i corpi nascosti dai mantelli, tutte chiuse dentro il loro pianto. Non riescono a guardare quello che sta accadendo. E io non riesco a guardarle senza che un sentimento di rabbia prenda fuoco dentro di me. Si sta consumando una tragedia e nessuno interviene. È più facile non guardare e non esserci! come gli uomini, che, in posa, mostrano un turbamento appena accennato.

    Mi sono persa in questa storia. Ho guardato e cercato. Solo allora mi sono accorta delle due figure abbracciate sulla collina, a sinistra. Forse due innamorati o, guardando meglio, una madre e una figlia. Una si abbandona all’altra, che l’accoglie.

    Andromeda sa che deve morire: l’oracolo ha chiesto il suo sacrificio per placare l’ira di Poseidone e delle altre ninfe. Ma non riesce a staccarsi dall’abbraccio, dal dolce profumo di sua madre, che è così rassicurante…

    Da questo abbraccio ho iniziato ad intrecciare questa storia alla mia.  

    E sei riapparsa tu, amica nuova in una nuova città, tu che eri per me una sicura presenza, un caldo abbraccio. Arrivai a Firenze entusiasta di aprirmi a nuove esperienze. A Santo Spirito, in quella casa all’ultimo piano, poco dopo arrivasti tu. Tanto abbiamo condiviso nel tempo e anche quando ognuna ha preso la propria strada siamo rimaste vicine nella lontananza: matrimoni, figli, dispiaceri. Sentivo che tu c’eri e ci capivamo e potevamo darci tanto.

    Il tuo era un caldo abbraccio.

    Andromeda ha dovuto lasciare l’abbraccio della madre. Ora è nuda, legata ad un tronco, sente i lacci forti che stringono le braccia. La paura tende tutti i suoi nervi, ingrigisce il suo incarnato.

    Quando vedo Andromeda impossibilitata a reagire penso al dolore che non ti permette di fare, di ragionare, di esserci, perché ti paralizza. E quando vedo Andromeda col seno che non può coprire né difendere, penso al mio dolore che non si può nascondere ed evitare, perché è dentro di me.

    Quando è morto mio padre mi sono sentita sola, avevo perso anche mia madre e non era giusto. All'improvviso non ero più figlia. Mi sono sentita senza radici e senza passato. Tutto cancellato.  Il mostro è arrivato all'improvviso, anche se preannunciato…

    Ad un tratto, l’alito del mostro è su di lei.

    Dove siete? padre, madre?

    Andromeda scorge un gruppo lontano di spalle. C’è suo padre Cefeo. Ai suoi piedi Cassiopea, la madre, piange, ma Andromeda sta morendo!

    Non uno sguardo, non una parola.

    Non so perché ti sei girata, amica, e non mi hai più guardata. Forse non riuscivi ad avvicinarti al mio dolore. Non ti ho più cercata.

    Arriva volando fiero, Perseo, il giovane salvatore. Lui è capace di vedere Andromeda.

    Approda elegante sul dorso del mostro, i piedi toccano la sua carne molliccia, un suono sordo, e subito l’assale alle spalle. Il mostro annaspa, spruzza acqua dalle narici … Sì!!!!!

    Leggero sei arrivato, figlio, a lenire tutto. Mi guardi con i tuoi occhi grandi e le mie paure si dileguano, il cuore si scalda, spera, si rallegra. Senza conoscere il mio terrore, lo sconfiggi.

    È festa, c’è musica, sventolano ramoscelli, occhi rivolti al cielo ringraziano. Andromeda si avvicina con passo di danza al suo eroe, che la guarda sognante. È davvero finita!

    Piero di Cosimo ha appena finito di narrare la storia della liberazione di Andromeda. Gli episodi si rincorrono, si incalzano, si accavallano. Un modo di raccontare tipico di Piero, amplificato dalla sua straordinaria capacità di osservare e reinventare la natura. In questo gli è stato maestro Leonardo da Vinci, con cui Piero ha studiato.

    Fu proprio la sua fervida immaginazione a valergli la commissione di grandi e bizzarri carri allegorici per la corte dei Medici. Nella “Liberazione di Andromeda”, Piero fa tesoro dell’ esperienza acquisita nella realizzazione di quegli apparati scenografici. L’impresa di Perseo altro non è che una metafora della liberazione di Firenze dal mostro della Repubblica; il tronco reciso sulla riva è una chiara allusione a un emblema dei Medici, il broncone di alloro che rifiorisce.

    Sulla collina, dove Perseo compie sacrifici alle divinità, il fiabesco villaggio si accende di gratitudine e tutti accorrono per far festa. Il sollievo è contagioso, come l’allegria.

    La vita con mio figlio è sempre una sorpresa e una festa. Guardo il cielo e ringrazio. Sono sempre un po’ frastornata, ma quando le paure riaffiorano, la delusione incombe, c’è lui che mi regala la speranza, il sorriso. Chiede attenzioni e mi costringe ad esserci, per lui. E io ci sono per il mio salvatore. E dimentico… e sempre ringrazio.

     

    La narrazione è di Viviana Fanizza

    La voce è di Ottavia Piccolo

    Perseo libera Andromeda
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 22/24
    Piero di Cosimo, Perseo libera Andromeda

    Andromeda ha dovuto lasciare l’abbraccio della madre. Ora è nuda, legata ad un tronco, sente i lacci forti che stringono le braccia. La paura tende tutti i suoi nervi, ingrigisce il suo incarnato.

    Quando vedo Andromeda impossibilitata a reagire penso al dolore che non ti permette di fare, di ragionare, di esserci, perché ti paralizza. E quando vedo Andromeda col seno che non può coprire né difendere, penso al mio dolore che non si può nascondere ed evitare, perché è dentro di me.

    Quando è morto mio padre mi sono sentita sola, avevo perso anche mia madre e non era giusto. All'improvviso non ero più figlia. Mi sono sentita senza radici e senza passato. Tutto cancellato.  Il mostro è arrivato all'improvviso, anche se preannunciato…

    Ad un tratto, l’alito del mostro è su di lei.

    Dove siete? padre, madre?

    Andromeda scorge un gruppo lontano di spalle. C’è suo padre Cefeo. Ai suoi piedi Cassiopea, la madre, piange, ma Andromeda sta morendo!

    Non uno sguardo, non una parola.

    Non so perché ti sei girata, amica, e non mi hai più guardata. Forse non riuscivi ad avvicinarti al mio dolore. Non ti ho più cercata.

    Arriva volando fiero, Perseo, il giovane salvatore. Lui è capace di vedere Andromeda.

    Approda elegante sul dorso del mostro, i piedi toccano la sua carne molliccia, un suono sordo, e subito l’assale alle spalle. Il mostro annaspa, spruzza acqua dalle narici … Sì!!!!!

    Leggero sei arrivato, figlio, a lenire tutto. Mi guardi con i tuoi occhi grandi e le mie paure si dileguano, il cuore si scalda, spera, si rallegra. Senza conoscere il mio terrore, lo sconfiggi.

    È festa, c’è musica, sventolano ramoscelli, occhi rivolti al cielo ringraziano. Andromeda si avvicina con passo di danza al suo eroe, che la guarda sognante. È davvero finita!

    Piero di Cosimo ha appena finito di narrare la storia della liberazione di Andromeda. Gli episodi si rincorrono, si incalzano, si accavallano. Un modo di raccontare tipico di Piero, amplificato dalla sua straordinaria capacità di osservare e reinventare la natura. In questo gli è stato maestro Leonardo da Vinci, con cui Piero ha studiato.

    Fu proprio la sua fervida immaginazione a valergli la commissione di grandi e bizzarri carri allegorici per la corte dei Medici. Nella “Liberazione di Andromeda”, Piero fa tesoro dell’ esperienza acquisita nella realizzazione di quegli apparati scenografici. L’impresa di Perseo altro non è che una metafora della liberazione di Firenze dal mostro della Repubblica; il tronco reciso sulla riva è una chiara allusione a un emblema dei Medici, il broncone di alloro che rifiorisce.

    Sulla collina, dove Perseo compie sacrifici alle divinità, il fiabesco villaggio si accende di gratitudine e tutti accorrono per far festa. Il sollievo è contagioso, come l’allegria.

    La vita con mio figlio è sempre una sorpresa e una festa. Guardo il cielo e ringrazio. Sono sempre un po’ frastornata, ma quando le paure riaffiorano, la delusione incombe, c’è lui che mi regala la speranza, il sorriso. Chiede attenzioni e mi costringe ad esserci, per lui. E io ci sono per il mio salvatore. E dimentico… e sempre ringrazio.

     

    La narrazione è di Viviana Fanizza

    La voce è di Ottavia Piccolo

    Perseo libera Andromeda
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 23/24
    Luca Signorelli, Sacra Famiglia

    Tutto ruota intorno al figlio.

    Giuseppe sembra appena arrivato. Giuseppe, con questa sua sciarpa colorata al collo, le braccia conserte in segno di rispetto, l'espressione del viso così saggia e consapevole dei propri limiti. Con una gamba serra lo spazio intorno al Bambino, come a proteggerlo.

    La sua figura si piega per adeguarsi alla forma del tondo. Occupa lo spazio che gli è stato lasciato, consapevole del ruolo che gli è concesso.

    Si avvicina a Maria e a Gesù come in punta di piedi, in un atteggiamento quasi di pudore e riverenza di fronte al mistero della maternità. Si affaccia su uno spazio di intimità.

    Maria è bella, a suo agio in questo spazio. Le gambe sono distese, rilassate. Un morbido manto rosso la avvolge fino ai piedi.

    La sua pelle è luminosa, l’espressione sul volto concentrata, assorta nella lettura del libro.

    Ai nostri occhi non è malinconica come molti interpreti la descrivono, perché pensa al destino di Gesù ... Ai nostri occhi, Maria è una mamma serena, che legge e istruisce il figlio. Il libro poggiato a terra e quello che tiene tra le mani rappresentano il passaggio dall’antica religione, fondata sulla legge, a quella nuova, fondata sull’amore.

    Non la spaventa quello che accadrà dopo … vive il momento.

    Gesù è in piedi, appoggiato alla madre. Raccolto tra la tenerezza e l’educazione di Maria, l’adorazione e la protezione di Giuseppe. Si è appena girato: con la mano ferma la lettura della mamma, lo sguardo va oltre la figura del babbo.

    Giuseppe ha il volto triste, scavato, grigio. Il contrasto tra l’incarnato spento e i colori accesi della sciarpa sembra svelare uno stato interiore.

    Lui è come se stesse inchinandosi davanti alla forza del disegno divino. Ha grande difficoltà ad accettare non tanto il mistero di un figlio che non è il suo, quanto la conseguenza di questo mistero. Promette a Maria e a Gesù, in silenzio, che farà di tutto per proteggerli. Sembra dire loro: “Io vi osservo, veglio su di voi, ma non vi disturbo...”.

    Eccoci: io, tu e nostro figlio Riccardo. Noi tre all’interno di un cerchio che è come un recinto di protezione, che racchiude la capacità di trovare la forza insieme, di controllare e gestire il dolore.

    Quando è nato, un evento felice si è trasformato in pochi attimi in una tragedia.

    Nostro figlio è riuscito a sopravvivere al trauma provocato dalla negligenza di quella donna, e forse né tu né io eravamo al momento coscienti di quanto dolorose sarebbero state le conseguenze di quel trauma, di quella maledetta tempesta provocata da pochi secondi senza ossigeno … eccolo, il figlio, al centro della tempesta che ha stravolto le nostre vite.

    Non è stato facile accettare il male fatto a Riccardo; ancora oggi, dopo tanti anni, non ce la faccio …  

    Il cerchio del dolore si è chiuso intorno alle nostre vite: tutte le volte che abbiamo provato a uscire, anche nei momenti di felicità assoluta come la nascita degli altri nostri due figli, siamo dovuti tornare indietro, necessariamente. I viaggi, le soddisfazioni scolastiche, gli amici: tutto si è sempre realizzato all’ombra del dolore.

    Il nostro dolore è potente però, è la nostra forza.

    È la stessa forza che ha permesso a Riccardo di fare tanti progressi, di raggiungere traguardi impensabili. Lui sente il dolore, ma a differenza di noi riesce a guardare oltre il cerchio, quasi con ostinazione.

    Io voglio che il figlio si distacchi da me. Gli abbiamo creato uno spazio, una vita sociale. È la nostra vita che è chiusa. Gira intorno a lui, senza spazi di respiro.

    Quando torniamo a casa, sembra che il resto non esista. Viviamo in uno spazio stretto, l’appartamento è piccolo, i movimenti sono limitati, i viaggi sempre più difficili.

    Non credo sia un caso che questa Sacra Famiglia mi abbia costretto a fermarmi, a riflettere.

    Fu dipinta alla fine del Quattrocento da Luca Signorelli, l’artista rinascimentale che fu descritto come il precursore di Michelangelo da diversi storici dell’arte.

    Le figure hanno una qualità così scultorea e lo spazio del quadro è così compresso e claustrofobico, che Maria e Giuseppe sembrano quasi proiettati fuori dalla superficie del dipinto. Questo mi dicono i miei occhi allenati di pittore. Ma c’è qualcosa di più. L’idea del cerchio che chiude e isola ha toccato in me delle corde profonde, così come l’atteggiamento di San Giuseppe: attento e protettivo, eppure un po’ in disparte. Non è tanto una questione di distanza fisica, perché in questo spazio ogni distanza è annullata. Piuttosto, mi ha colpito la “diversità” di Giuseppe rispetto a Maria e Gesù, una differenza che Signorelli ha reso in diversi modi: Giuseppe è la figura più sacrificata dalla forma del tondo, quasi vi fosse forzata dentro a fatica; il suo incarnato grigio è così in contrasto con quello della moglie e del figlio; anche il fatto che abbia un’aureola diversa può essere interpretato come un modo di distinguerlo dalla Madonna, l’unica a essere nata senza peccato originale, e dal Bambino, il figlio di Dio.

    Eppure, con il suo ingresso, Giuseppe è colui che dà equilibrio alla composizione e alla famiglia, una sorta di compimento.

    A volte, quando siamo seduti sul divano, Riccardo all’improvviso alza lo sguardo verso il soffitto e sorride. Forse vede il suo angelo.

    Lui è capace di vedere oltre.

     

    La narrazione è di Magdy Hassan e Eliana Caputo

    Le voci sono di Marco Martinelli e Ermanna Montanari

     

    Sacra Famiglia
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera
  • 24/24
    Luca Signorelli, Sacra Famiglia

    Eccoci: io, tu e nostro figlio Riccardo. Noi tre all’interno di un cerchio che è come un recinto di protezione, che racchiude la capacità di trovare la forza insieme, di controllare e gestire il dolore.

    Quando è nato, un evento felice si è trasformato in pochi attimi in una tragedia.

    Nostro figlio è riuscito a sopravvivere al trauma provocato dalla negligenza di quella donna, e forse né tu né io eravamo al momento coscienti di quanto dolorose sarebbero state le conseguenze di quel trauma, di quella maledetta tempesta provocata da pochi secondi senza ossigeno … eccolo, il figlio, al centro della tempesta che ha stravolto le nostre vite.

    Non è stato facile accettare il male fatto a Riccardo; ancora oggi, dopo tanti anni, non ce la faccio …  

    Il cerchio del dolore si è chiuso intorno alle nostre vite: tutte le volte che abbiamo provato a uscire, anche nei momenti di felicità assoluta come la nascita degli altri nostri due figli, siamo dovuti tornare indietro, necessariamente. I viaggi, le soddisfazioni scolastiche, gli amici: tutto si è sempre realizzato all’ombra del dolore.

    Il nostro dolore è potente però, è la nostra forza.

    È la stessa forza che ha permesso a Riccardo di fare tanti progressi, di raggiungere traguardi impensabili. Lui sente il dolore, ma a differenza di noi riesce a guardare oltre il cerchio, quasi con ostinazione.

    Io voglio che il figlio si distacchi da me. Gli abbiamo creato uno spazio, una vita sociale. È la nostra vita che è chiusa. Gira intorno a lui, senza spazi di respiro.

    Quando torniamo a casa, sembra che il resto non esista. Viviamo in uno spazio stretto, l’appartamento è piccolo, i movimenti sono limitati, i viaggi sempre più difficili.

    Non credo sia un caso che questa Sacra Famiglia mi abbia costretto a fermarmi, a riflettere.

    Fu dipinta alla fine del Quattrocento da Luca Signorelli, l’artista rinascimentale che fu descritto come il precursore di Michelangelo da diversi storici dell’arte.

    Le figure hanno una qualità così scultorea e lo spazio del quadro è così compresso e claustrofobico, che Maria e Giuseppe sembrano quasi proiettati fuori dalla superficie del dipinto. Questo mi dicono i miei occhi allenati di pittore. Ma c’è qualcosa di più. L’idea del cerchio che chiude e isola ha toccato in me delle corde profonde, così come l’atteggiamento di San Giuseppe: attento e protettivo, eppure un po’ in disparte. Non è tanto una questione di distanza fisica, perché in questo spazio ogni distanza è annullata. Piuttosto, mi ha colpito la “diversità” di Giuseppe rispetto a Maria e Gesù, una differenza che Signorelli ha reso in diversi modi: Giuseppe è la figura più sacrificata dalla forma del tondo, quasi vi fosse forzata dentro a fatica; il suo incarnato grigio è così in contrasto con quello della moglie e del figlio; anche il fatto che abbia un’aureola diversa può essere interpretato come un modo di distinguerlo dalla Madonna, l’unica a essere nata senza peccato originale, e dal Bambino, il figlio di Dio.

    Eppure, con il suo ingresso, Giuseppe è colui che dà equilibrio alla composizione e alla famiglia, una sorta di compimento.

    A volte, quando siamo seduti sul divano, Riccardo all’improvviso alza lo sguardo verso il soffitto e sorride. Forse vede il suo angelo.

    Lui è capace di vedere oltre.

     

    La narrazione è di Magdy Hassan e Eliana Caputo

    Le voci sono di Marco Martinelli e Ermanna Montanari

    Sacra Famiglia
    Pittura | Gli Uffizi
    Scheda opera

Fabbriche di Storie

Un progetto di mediazione culturale alle Gallerie degli Uffizi

uffizipass.com/visite-speciali/fabbrichedistorie

Dodici capolavori degli Uffizi raccontati in un emozionante audio-percorso che propone al pubblico una visione inedita non solo delle opere, ma anche del museo come inesauribile “cantiere” di storie.

I narratori di Fabbriche di Storie sono operatori museali e nuovi cittadini che hanno intrecciato il loro vissuto alla storia delle opere, arricchendole di nuovi significati e risonanze. I loro racconti, intensi ed evocativi, restituiscono saperi, emozioni e storie al tempo stesso individuali e collettive, toccando temi universali come la famiglia, l’amicizia, la preghiera e il viaggio.

I file audio delle narrazioni, in italiano e nella lingua madre di alcuni narratori (arabo, farsi, mandarino, francese e spagnolo), possono essere ascoltati da casa o durante la visita al museo con un qualsiasi dispositivo mobile (smartphone o tablet), munendosi di auricolari.

Fabbriche di Storie si rivolge a tutti: turisti, visitatori abituali e persone che entrano per la prima volta in un museo; Italiani e cittadini stranieri residenti in Italia.

 

Un progetto dell'Area Mediazione Culturale e Accessibilità. Montaggio ed editing a cura del Dipartimento di Strategie Digitali. Pubblicazione: maggio 2019

A cura di Simona Bodo e Maria Grazia Panigada

Testi di Mohammad Aletaha, Silvia Barlacchi, Fabiana Bianchini, Lina Callupe, Eliana Caputo, Viviana Fanizza, Magdy Hassan, Zeinab Kabil, Diana Kong, Samira Lahhane, Kuassi Sessou, Sofia Sessou, Maria Spanò.

Voci di Giacomo Armaroli, Marco Baliani, Micaela Casalboni, Lella Costa, Laura Curino, Lucilla Giagnoni, Giulia Lazzarini, Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Maria Paiato, Marco Paolini, Ottavia Piccolo, Paola Roscioli, Arianna Scommegna.

Crediti fotografici Francesco del Vecchio e Roberto Palermo (Dipartimento Fotografico)

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